29 maggio, 2009

Scandale (kr)-Denunciata una persona per pascolo abusivo danneggiamento e invasione di terreno.


CROTONE 28/05/2009- Il Comando Stazione Forestale di Santa Severina, a seguito di alcuni servizi di controllo del territorio e precisamente in località “ Santa Domenica”, in agro e di proprietà del comune di Scandale e privata ha proceduto a segnalare alla Autorità Giudiziaria competente una persona, identificata in C. D. di anni 31 di Scandale, in quanto, in qualità di titolare di un allevamento di una mandria di ovini e caprini, lasciandola incustodita, si e reso autore di un continuo e ripetuto fenomeno di pascolo abusivo, all’interno di un fondo rustico, di proprietà dell’ARSSA, e privata. Le indagini effettuate, hanno permesso di scoprire con certezza che la mandria di ovini e caprini da tempo pascolava abusivamente nelle località oggetto di denuncia, interessando particolarmente le località “Santa Domenica”, creando non pochi danni alla vegetazione.


Nel corso degli accertamenti di rito, gli uomini del Corpo Forestale, con notevole difficoltà, causate dal continuo movimento degli animali, hanno accertato che gli stessi appartenevano a C.D.


Durante le indagini effettuate, dopo avere acquisito le coordinate delle aree in cui era avvenuto il pascolo abusivo, è emerso che il pascolo aveva interessato un’area di proprietà dell’ARSSA, nonché di un privato cittadino, da qui la denuncia scattata a carico di C. D., il quale, dovrà comparire innanzi alla A.G. competente per i reati di pascolo abusivo ,invasione di terreno e danneggiamento.



26 maggio, 2009

Lontana Calabria.



La Calabria è lontana.
Per raggiungerla occorre fare tanta fatica:percorrere pallide riproduzioni di strade, viaggiare in treni, che regalano la sensazione di essere sulle diligenze del Faw West, volare in aerei, che, speri, arrivino il più presto possibile.
Andando a sud, lungo la SS106, hai la sensazione che il confine tra Basilicata e Calabria segni uno spartiacque tra la civiltà moderna e un mondo a se stante.
La stessa statale diventa chiara testimone di ciò nel suo concreto snodarsi:moderna arteria fino a Nova Siri, con i grandi lavori che si stanno portando a compimento, mulattiera già qualche metro dopo il confine con il fondo sconnesso e rappezzato con vari avanzi di bitume all’uso “calabrese”.
Frequentavo il liceo venti anni fa e si blaterava della necessità di costruire strade per far uscire dal secolare isolamento intere valli, le quali sono caratterizzate da abitati, che rappresentano autentici gioielli sul piano storico-artistico e paesaggistico. Oggi, ancora, si blatera delle stesse strade, segno che qualcosa non ha funzionato nei processi di funzionamento della società calabrese, poiché la situazione si è cristallizzata in un fermo immagine, che si scolorisce sempre di più con il passare del tempo.
Nel 1992 furono spazzati via i vecchi partiti sotto il furore iconoclasta di Tangentopoli. A livello periferico vennero meno quelle formidabili palestre di formazione e selezione del personale politico rappresentato dalle sezioni di partito dei singoli paesi. Per emergere al loro interno non era sufficiente essere il figlio dell’amministratore di turno, ma dovevi sottoporti ad una dura gavetta per essere selezionato nei vari passaggi all’ interno del partito  per aspirare ad essere candidato ai posti di amministrazione a livello locale poi, provinciale, regionale.
Oggi, in molte situazioni locali, i partiti non esistono o sono solo la propagazione di forti personalità. Inoltre per essere candidato in lista alle elezioni comunali è sufficiente avere una famiglia numerosa o poter contare su una vasta rete di amici, non contano le idee e i valori della persona.
Questo in realtà arretrate, come quella Calabrese, ha provocato la fine dell’evoluzione sociale per il ritorno al tradizionale e becero familismo di natura clientelare, il quale ha prodotto un feudalesimo moderno dove ai vecchi baroni si natura nobiliare si sono sostituiti quelli politici, cui deferentemente, ci si deve prostrare per aspirare ad ottenere il proprio posto nella congrega, oppure ciò che avanza dei pasti dell’altro.
L’emigrazione intellettuale ha fatto il resto per cui oggi non resta altro che constatare questa situazione e registrarne i danni.
La speranza è che la popolazione prima o poi prenda consapevolezza del suo ruolo di cittadino e non di suddito e tramuti il corso delle cose

25 maggio, 2009

Canzoni di una vita - Born In the USA

Born down in a dead man's town
The first kick I took was when I hit the ground
You end up like a dog that's been beat too much
Till you spend half your life just covering up

Born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.

Got in a little hometown jam
So they put a rifle in my hand
Sent me off to a foreign land
To go and kill the yellow man

Born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.

Come back home to the refinery
Hiring man says "Son if it was up to me"
Went down to see my V.A. man
He said "Son, don't you understand"

I had a brother at Khe Sahn fighting off the Viet Cong
They're still there, he's all gone

He had a woman he loved in Saigon
I got a picture of him in her arms now

Down in the shadow of the penitentiary
Out by the gas fires of the refinery
I'm ten years burning down the road
Nowhere to run ain't got nowhere to go

Born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
I'm a long gone Daddy in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
I'm a cool rocking Daddy in the U.S.A.

20 maggio, 2009

Le spie invadono l' Italia!

300 torinesi, pochi sopravvissuti: protagonisti di un thriller in una street war senza precedenti.
Non è un film: è successo a Torino, in un originale spy game combattuto a colpi di pistole ad acqua.
Dopo il successo mediatico e del pubblico, Spystory.it dilaga in tutta Italiacon un gioco inedito e genuino che riempirà le vostre giornate di avventura e suspense.
Un torneo di 21 giorni, giocato, se si vuole, 24 ore su 24 in cui si dovrà essere in grado di mescolare la quotidianità con la vita dell’investigatore… Cambiare abitudini, indagare, nascondersi, ordire tranelli ma soprattutto divertirsi diventeranno azioni all’ordine del giorno.
Agli iscritti verrà consegnato un kit contenente il nome, la foto e le abitudini di un altro contendente: scopo del gioco è eliminare la propria preda in modo ironico e non violento (con uno schizzo d’acqua) per prenderne il posto e dare la caccia a quella che lei stava braccando, evitando gli attentati del proprio predatore.
Busta dopo busta ne resterà asciutto soltanto uno che si aggiudicherà un premio finale: un weekend a Venezia per due persone, dove i vincitori di ogni città parteciperanno ad una singolare caccia all'uomo.
Il gioco inizia sul web per riversarsi nelle strade della propria città: l'area di gioco comprende praticamente l'intera città, esclusi naturalmente abitazioni, luoghi di lavoro, locali pubblici e di culto.
La prima edizione nazionale di “Spystory” è prevista per Giugno 2009, con 14 città coinvolte: Torino, Milano, Bergamo, Padova, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Lecce, Cagliari, Palermo e Catania.
Il nostro intento è far divertire le persone riscoprendo la propria città, stimolarle a mettersi in gioco e, dopo essersi cercate, studiate ed infine incontrate, portarle a conoscersi veramente, instaurando nuove amicizie.
Per informazioni e iscrizioni www.spystory.it

19 maggio, 2009

Mesoraca- Il CFS denuncia una persona per realizzazzione di una pista abusiva all'interno di un castaneto


Il Corpo Forestale dello Stato ha proceduto a denunciare una persona identificata in L.S. di anni 39 per violazione alla normativa urbanistico-edilizia.


La pattuglia del Comando Stazione di Petilia Policastro, intervenuta a seguito di una segnalazione pervenuta al numero verde di emergenza ambientale 1515, ha avuto modo di accertare che L.S., in località Monte Giove nel territorio del comune di Mesoraca, titolare della ditta utilizzatrice di un castagneto, aveva realizzato uno sbancamento all’interno dello stesso al fine di realizzare una pista in terra battuta, senza avere acquisito il relativo permesso di costruire, come previsto dal DPR 380/2001
A seguito della verifica effettuata con l’ausilio delle apparecchiature G.P.S e S.I.M.(sistema informativo della montagna), è stato possibile accertare che l’area oggetto dei lavori abusivi apparteneva ad M.M.G. La stessa, ascoltata in qualità di persona informata sui fatti, dal personale del Comando stazione, dichiarava di non aver autorizzato i lavori. Da ulteriori accertamenti è emerso che l’area è sottoposta a vincolo idrogeologico.


Alla luce delle indagini espletate e degli accertamenti eseguiti, L.S. è stata segnalata alla autorità giudiziaria competente per violazione alla normativa urbanistico-edilizia in area sottoposta a vincolo idrogeologico, in assenza di permesso di costruire.


Il Corpo Forestale dello Stato invita i cittadini a segnalare eventuali abusi al numero verde 1515 di emergenza ambientale.




18 maggio, 2009

Auto a metano?...ma cosa dici mai sei in Calabria!



La Calabria è una terra normale? Notizia come questa farebbero pensare di no.E la stessa situazione sussiste per troppi altri aspetti, ma i cittadini di quella regione quando daranno segnali di voler qualcosa di più per loro stessi? e i loro figli?.

Quanti in tutta la fascia interna della provincia reggina e nei limitrofi comuni delle provincie di Vibo e di Catanzaro, hanno acquistato auto a metano, da qualche mese sono costretti a tenerle in garage o, comunque, ad alimentarle con il sistema alternativo a benzina. Vanificando, così, lo scopo per il quale è stato fatto l’acquisto: Risparmiare
Tutto ciò perché l’unico distributore della zona, tra gli svincoli di Melicucco e Cinquefrondi della superstrada Jonio-Tirreno, ha chiuso i battenti.

Della delusione di questo nutrito gruppo di automobilisti si è fatto portavoce l’Ing. Edoardo Spanò di Giffone, che da alcuni mesi tenta di sollecitare i dirigenti della società Api, titolare del distributore chiuso, a riaprire l’impianto.

C’è chi ha cercato di mettersi in contatto con il Dott. Cappuccio, dirigente nazionale, e chi con il geom. Tucci, responsabile regionale. Ma i risultati non sono stati confortanti, dal momento che il distributore continua a rimanere chiuso. Fanno quindi appello ai rappresentanti politici e sindacali calabresi affinché intervengano presso la direzione nazionale e regionale dell’Api per sollecitare la riapertura del distributore, in modo che possano tornare a rifornirsi di metano.


fonte:
http://www.strill.it/

15 maggio, 2009

Cotronei(KR) CFS sequestra cava abusiva di duemila metri quadrati.Denunciato il proprietario.


Nel corso di alcuni servizi atti a prevenire e reprimere reati vari in materia eco-ambientale, e precisamente in località “Sigliate Pino di Mezzo”, in agro di Cotronei, di proprietà privata, gli agenti del C.F.S. del Comando Stazione Forestale di Petilia policastro hanno proceduto a deferire alla autorità Giudiziaria una persona identificato in A.S. di anni 72. Da indagini effettuate immediatamente è emerso che l’attività di scavo ha interessato una superficie complessiva di metri quadrati 2000 circa, comprendente una porzione di terreno boscato, dove vi erano radicate essenze tipiche componenti la “macchia mediterranea”. . Le indagini condotte dagli uomini del CFS, hanno permesso di stabilire che il materiale abusivamente prelevato, veniva trasportato per poi essere trasformato e utilizzato nel settore edilizio.
L’accertamento ha permesso di rilevare che il tutto si stava realizzando in assenza di autorizzazioni e in violazione alle leggi che regolano l’edilizia di cui al D.P.R. 380/2001 legge Regionale 23/90 – d.p.r. 128/59 e art 734 C.P.

L’area oggetto dei prelievi abusivi ha interessato una superficie complessiva di metri quadri 2.000, la quale è stata posta sotto sequestro, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria competente.

12 maggio, 2009

Cefalonia, Massimo Filippini crea su Facebook il gruppo "Divisione Acqui"

E' stato creato su Facebook il gruppo "Divisione Acqui."
Lo scopo è discutere e far discutere sui fatti di Cefalonia, isola greca del Mar Jonio nella quale nel Settembre del 1943 molti soldati Italiani trovarono la morte nelle settimane successive ala firma dell'armistizio con gli Anglo-Americani da parte del governo di Badoglio.
Massimo Filippini in moo documentato cerca di portare alla conoscenza del maggior numero di persone possibile quella che è la verità storica su quei tragici fatti, in contrapposizione alla storiografia ufficiale, la quale, in modo strumentale, ha cercato di utilizzare quelle tragiche vicende.
Di seguito riporto la prefazione all' ultimo libro di Massimo Filippini “I caduti di Cefalonia: fine di un mito" a cura del Generale Luigi Calligaris.

Il libro i “I caduti di Cefalonia: fine di un mito", terzo di Massimo Filippini su quel soggetto, tratta dei fatti occorsi nel settembre 1943 alla divisione Acqui in quella bella isola greca, entrata in tal modo a far parte della storia militare italiana. Sono fatti su cui da 60 anni si polemizza e discute, si indicono commemorazioni commosse; sui fatti chi vuole saperne di più trova puntigliosi riscontri sulle enciclopedie, di cui da tempo si tratta su molti mass media e che sono stati oggetto di due recenti film: uno straniero (Il mandolino del capitano Corelli) e l’altro italiano (Cefalonia, proiettato dalla nostra tv di Stato).

Con tale dovizia di informazioni, con un attenzione incessante, inusuale per un Paese come il nostro dove ogni argomento cattura l’interesse per attimi, perché mai occuparsi dell’ennesimo libro su eventi che si avrebbe ragione di considerare accertati oltre ogni ragionevole dubbio? Ebbene, di motivi ve ne sono almeno due.
In primo luogo, la ricostruzione ufficiale dei fatti su cui si fonda il mito Cefalonia è contestata con ricchezza di dati di alcuni - fra cui Filippini - e ciò da solo giustifica una legittima curiosità. Inoltre, la lettura del libro fa emergere il dubbio che l’edificazione del mito sia dovuta non solo al desiderio – apprezzabile - di valorizzare la figura del militare in un contesto tragico quale quello del 8 settembre 1943, ma anche al tentativo – opinabile - di avvalorare la tesi del sacrificio di massa in omaggio al cliché in voga in Italia del soldato buono, che alla resa dei conti si converte in eroe martire e remissivo in contrapposizione all’impopolare eroe combattente.
Quei due motivi da soli più che giustificano la recensione del libro, impresa non facile per il suo alto contenuto polemico, per il suo tono spigoloso e per l’implicito invito dell’autore ad associarsi al suo scontro diretto con coloro che hanno contribuito a promuovere i fatti di Cefalonia a epopea nazionale. Non farsi coinvolgere non sarà facile, non solo perché si tratta di un tema tragico e assai controverso, ma anche perché il suo autore è profondamente coinvolto egli stesso. Ex ufficiale, orfano di un ufficiale di carriera caduto a Cefalonia, Massimo Filippini ha dedicato tutta una vita al tentativo di fare chiarezza su fatti che ritiene siano stati ad arte manipolati.
In questa sua ultima opera che, come indica il titolo, dovrebbe contribuire alla fine dell’esaltazione eroica di Cefalonia, l’autore si rivolge a due aspetti che sono stati fra i pilastri portanti della costruzione del mito. Il primo è il numero che pare davvero eccessivo di soldati italiani passati per le armi dai tedeschi in un eccidio perpetrato da forze regolari contro altre forze regolari. Il numero sarebbe stato ingigantito “forse per accrescere in una opinione pubblica all’oscuro dei fatti non tanto la pietà per i poveri morti quanto il risentimento, in chiave soprattutto ideologica, verso il nemico nazista”.
Quali che siano le cause della disinformazione, non si può non convenire che non si tratta di un esempio isolato e che in Italia permangono fitte zone d’ombra attorno a quel tragico 8 settembre, di cui Cefalonia è uno dei tanti tristi episodi, che ha esposto spietatamente le carenze delle nostre istituzioni e la fragilità della stessa nazione. La politica del dopoguerra, offrendo al Paese una sua versione dei fatti che attribuiva alla Resistenza ogni merito per il riscatto del Paese minimizzando il ruolo dei militari, ha fatto sì che qualsiasi evento di quegli ultimi anni di guerra fosse desideroso di celebrazione nazionale dovesse essere interpretato in chiave resistenziale.
Tuttavia, se ciò ha contribuito all’iniziale edificazione del mito, la persistenza del fenomeno la si deve anche alla sua sintonia con la visione ormai consolidata delle cose militari. Gli ingredienti della cultura militare attuale ci sono tutti: lo scarso credito dato alle strutture militari; la pochezza dei comandanti; la dissidenza di pochi esaltata come eroica perchè in rima resistenziale; il plauso per un presunto referendum inteso a decidere se deporre le armi o resistere e offerto quale prova di democrazia; la resa senza colpo ferire e l’altrettanto rassegnata accettazione dell’eccidio.
Per sottoporre la versione ufficiale-ufficiosa - ma comunque generalizzata - dei fatti a una diagnosi che si riveli attendibile, Filippini si avvale di documenti ufficiali e di testimonianze di alcuni superstiti e con pregevole ostinazione si prodiga nel tentativo di smontare l’ipotesi, ormai metabolizzata dalla retorica nazionale, dell’immane “sterminio” le cui cifre si sono attestate su 9-10mila morti per mano tedesca.
In una attenta disamina, egli cerca di stabilire quanti siano stati i caduti in combattimento e quelli passati per le armi dai tedeschi, i soli associabili ai drammatici fatti di Cefalonia, per distinguerli da coloro che, invece, si unirono alla resistenza greca (qualche centinaio), collaborarono con il nemico (oltre 1.200) , rientrarono in patria con odissee personali e di gruppo, furono internati in campi di concentramento in varie parti d’Europa, anche in Russia, e perirono in mare (1.300) per l’affondamento delle navi che li trasferivano altrove.
Alla fine della rassegna, da cui si esce frastornati dalla ridda di numeri assai distanti fra loro esibiti da vari esperti a sostegno delle rispettive ipotesi sul massacro di Cefalonia e dopo che l’autore ha premesso che “un bilancio definitivo preciso all’unità è impossibile”, Filippini propone su un totale di 12.000 militari della divisione Acqui presenti sull’isola , un numero di 1.647 caduti per mano tedesca di cui 1.290 in combattimento e 355 per fucilazione, per la maggior parte ufficiali fra cui suo padre. Tale ultima cifra, seppure non sminuisca le orrende responsabilità dei tedeschi, è meno del cinque per cento rispetto ad alcune fra le ipotesi in circolazione.
Un altro aspetto sui cui Filippini si sofferma è la responsabilità delle autorità politiche e militari. A prescindere da quelle ovvie delle alte gerarchie nazionali e su territorio greco, merita attenzione la sua valutazione positiva dell’operato del comandante della divisione Acqui, generale Gandin, sottoposto invece dalla vulgata nazionale a gravissime critiche che Filippini, controcorrente, rovescia su alcuni gruppi di sediziosi che ne avrebbero minato l’autorità.
La descrizione, sia pure succinta, di queste deviazioni è fra le parti più inquietanti del libro e resta fra le pagine bianche dei fatti su Cefalonia. Che poi i suoi protagonisti abbiano rivendicato e ottenuto medaglie al valore militare e siano stati reintegrati nella carriera per una bizzarra rivalutazione in chiave resistenziale del loro operato, sa di grottesco. A ciò si aggiunge che oltre mille militari, scampati al massacro e poi divenuti “collaborazionisti a pieno titolo dei tedeschi” furono celebrati come eroi partigiani al loro rientro in Patria e celebrati come tali anche in seguito. Come esempio di travestitismo e come conforme connivenza delle istituzioni, un episodio encomiabile. Si fa, naturalmente, per dire.
A latere, vi è anche accenno a stravaganti valutazioni delle commissioni d’inchiesta e persino a iniziative giudiziarie tendenti a incriminare il capo e il sottocapo di stato maggiore dell’Esercito per avere dato l’ordine al generale Gandin di opporsi con le armi ai tedeschi. Ne si desume che, secondo loro, avrebbero dovuto ignorare gli ordini avuti e accettare l’invito alla resa come scelta giuridicamente ineccepibile. Chi si meraviglia oggi per l’avvio di inchieste da parte della magistratura sull’operato di comandanti durante uno scontro a fuoco vi trova un precedente inquietante.
Giunto al termine di questa mia confusa recensione, in cui ho trovato non poche difficoltà a raccapezzarmi, consiglio la lettura del libro, che è indubbiamente interessante e si dimostra di preoccupante attualità quale esempio di insabbiamento del caso o di ricostruzione ad arte dei fatti. Tutti vittime, nessuno colpevole, in una fuga dalle proprie responsabilità che torna comoda a chi ha sbagliato ma che offende la memoria di chi per i suoi errori ha sofferto e magari anche perso la vita.
Vi è chi auspica che la verità ufficiale su Cefalonia trionfi e che storici come Filippini cessino di contestarla al solo fine di non rimettere tutto in discussione. Se così avessero ragionato gli Stati Uniti, non sarebbero mai emerse le colpe politiche e militari del conflitto in Vietnam. Se la ricerca della verità è indubbiamente traumatica, è anche vero che la persistenza del dubbio che sia stata manipolata induce a debilitante e demotivante sfiducia.

Non resta quindi che tirare le somme della intera questione, liberandola della vis polemica, chiarendo il ruolo giocato dai protagonisti, facendo chiarezza sui fatti con auspicabile obiettività. Sono passati 60 anni da allora. E’ ora che la storia con la S maiuscola restituisca dignità al triste evento, sottraendolo alle speculazioni e ai conformismi di parte. Sostiene Shakespeare: “La gloria del Tempo è di calmare i contendenti, smascherare le falsità, portare alla luce la verità”. Come proposito non è affatto male.

07 maggio, 2009

Tra realtà e letteratura:scenari della Calabria contemporanea

Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo


 
sabato 9 maggio, alle ore 17, Sala Fallara (Gioia Tauro)
l’incontro organizzato dall’ADIC, Associazione Donne Insegnanti Calabresi


L’ADIC, Associazione Donne Insegnanti Calabresi, dal 1978 persegue obiettivi di altissimo valore sociale, come la promozione dei diritti delle donne e la sua affermazione in tutti i campi del vivere quotidiano, della crescita culturale e sociale del territorio. L’azione di socializzazione-aggregazione tra le diverse componenti umane del territorio, ed in particolare di promozione di scambi culturali, convegni, incontri-dibattito e tavole rotonde, ha portato la Presidente dell’ADIC, prof.ssa Maria Rita Tripodi, ad organizzare, con il patrocinio dell’Amministrazione comunale di Gioia Tauro, l’incontro “Tra realtà e letteratura: scenari della Calabria contemporanea”, che si terrà sabato prossimo, 9 maggio 2009, alle ore 17 nella Sala Fallara di Gioia Tauro.Il giornalista Gioacchino Saccà modererà gli interventi di Mauro Francesco Minervino (autore de "La Calabria brucia"), Pasqualino Pandullo (giornalista Rai che tratterà il tema: "La Calabria che vorremmo") e Paola Bottero (autrice di "ius sanguinis").

L’obiettivo principale dell’incontro è dibattere e riflettere sulle contraddizioni e sulle problematiche più cogenti che affliggono la Calabria, partendo proprio dai temi sviluppati nelle opere dei due scrittori, Minervino e Bottero. Partendo dalle ragioni che spingono a denunciare in forma letteraria i mali della regione e dall’analisi della percezione della regione stessa da parte di chi "la vive" e "la descrive", si accompagnerà l'uditorio a “fare catarsi di problemi collettivi”, come anticipa la stessa Presidente Tripodi. Problemi quotidiani come la malapolitica, la malasanità, la passività, la rassegnazione, vissuti, anche se non sempre esternati, dai cittadini.

Il programma dell’incontro prevede inoltre l’interpretazione di brani tratti dai due libri, affidata a Daniela D’Agostino, e le riflessioni finali sulla “pars construens”, necessaria per cercare insieme le possibili vie di uscita ai mali della “Calabria contemporanea”.


06 maggio, 2009

"Brinda con Papi"....così allegramente...verso il baratro!



E dal 1992 che assisto, attonito a cio che accade nel nostro paese.
Il 23 maggio 1992 finì il mio entusiasmo e il desiderio di impegnarmi in una qualsiasi titp di attività politica. Se si era permesso l’uccisione così barbara del giudice Falcone, mi sono detto, non c’era alcuna speranza per le sorti di questo paese.
E fu Tangentopoli, la furia iconoclastica contro Craxi e i suoi accoliti, i Comunisti travestiti da persone perbene, i Fasciscti usciti alla luce, i lacchè di un tempo divenuti protagonisti , Berlusconi e l’eroe Di Pietro scesi in campo per portare la Luci e si aprirono le porte del baratro!.
Cercavo le parole per dire la mia sull’ultima perla, quella delle veline, candidature e divorzio del premier.
Poi, mi sono imbattuto in un pregevole pezzo di Eugenio Manca che sarà presente sul numero de Il Salvagente in edicola domani.
Lo riporto qui di seguito.


Il Paese dei Papi e delle letteronze, dove il Pil crolla

Di Eugenio Manca

Come va classificata questa storia delle “veline” in politica, vere o presunte candidate del Pdl alle prossime europee: indecorosa, surreale, fuorviante, ridicola? Come vanno definiti gli assalti all’arma bianca mossi dagli amici del premier ai danni della moglie del premier, la quale aveva osato bollare quelle candidature come “ciarpame senza pudore”?
E come valutare la presa di distanza alquanto disgustata della Fondazione presieduta da Gianfranco Fini che sibila: “Il velinismo rilancia uno stereotipo femminile mortificante”? Noi francamente non sapremmo scegliere l’aggettivo giusto, abituati come siamo a una dimensione per dir così “tradizionale” e perfino austera della politica.


POLEMICA. La parola che ci verrebbe spontanea è “vomitevole”, ma appare poco fine e fors’anche inadeguata, sicché decidano i lettori. Sta di fatto che la polemica divampa furiosa nei cenacoli e nei salotti, i giornali hanno riempito pagine di foto più o meno osé, il gossip ha conquistato scena e retroscena contendendo lo spazio a fatti come il terremoto, la crisi economica, l’infezione suina.
E infatti: il décolleté della signorina Sgarbossa, ex Miss Veneto, ha cercato di nascondere le crepe del Duomo aquilano; l’eleganza dello squadrista in cachemire che dirige “Libero”, mostrando in prima pagina antiche nudità di “Veronica velina ingrata”, ha fatto prevalere il 30 aprile sul Primo Maggio; il gesto di un invasato (che per vendicare la figlia spogliata della candidatura ha tentato di darsi fuoco sotto le finestre di Palazzo Grazioli, residenza romana di Berlusconi) ha finito per spingere più lontano i dati dell’inflazione crescente, dell’occupazione calante, degli incidenti sul lavoro incollati a quote inaccettabili.
Gran Dio, a quale grado di miseria politica un paese che si reputava maturo e sofisticato è stato ridotto da qualche lustro di etica ed estetica berlusconiana: ci appassionavamo alle intuizioni strategiche di Moro, alle premonizioni di La Malfa, alle spigolosità di Pertini, ai sogni europeisti di Altiero Spinelli, agli azzardi politico-finanziari di Craxi. Siamo giunti a occuparci delle recriminazioni di subrettine,“letteronze”, “meteorine”, vallette assiepate alla corte d’un attempato e facoltoso sciupafemmine soprannominato “Papi”…

DIVORZIO. Che Veronica Lario abbia della politica un’idea più sobria e dignitosa del consorte, è cosa che già si sapeva e più volte in passato si è manifestata. Lei inoltre non gli perdona una condotta privata diremmo “disinvolta”. Faccenda privata fra moglie e marito dove è bene “non mettere il dito”? A occhio parrebbe di no, data la natura della contesa e visto che ci scappa pure un divorzio. Ma questo è un aspetto marginale.
Ciò che invece lascia trasecolati è il clima, il metodo con cui a quelle latitudini politiche (solo a quelle?) si giunge alla scelta e alla designazione dei candidati a cariche pubbliche importanti. Lo hanno spiegato le stesse interessate, quale con dispetto qual altra fra i singhiozzi: una telefonata nella notte, una proposta inattesa e conturbante, un breve corso intensivo di politica a via dell’Umiltà, una puntatina dal notaio per la firma, una pacca forse sulle spalle, ed ecco - complimenti! - è nata una star del Parlamento europeo. Polvere di stelle.
Fino a ieri? Una era valletta televisiva, l’altra aspirante attrice, l’altra concorrente al Grande Fratello, poi un’animatrice di feste nella villa sarda del sultano, una comparsa nelle fiction di Mediaset, qualcuna financo con esperienza di assistente al soglio di qualche senatore azzurro, tutte in attesa di tempi migliori. Si cerca di sbarcare il lunario, si capisce, ciascuno fa ciò che può, e poi dove sta scritto che per fare il deputato o il ministro non bastino i numeri di una starlet?

CAPPIO. Del resto gli esempi di quello che mangiava mortadella in aula alla faccia di Prodi, o di quell’altro che agitava il cappio fra i banchi, o di quell’altro ancora che insolentiva la vegliarda senatrice a vita mentre andava a votare sorretta da una più giovane collega, ebbene quale senso di inadeguatezza potrebbero mai indurre in chi si è esercitato non nella pratica dell’insulto ma forse in quella del sorriso sotto i riflettori?
Questa - si ripete da un quindicennio ormai - è la società dello spettacolo, dove non conta ciò che pensi, ciò che fai, ciò che sei: conta invece l’immagine che sai offrire di te, come appari, come ti vesti, come ti pettini, il profumo che metti. L’abbiamo pure sentito: basta malvestiti e maleodoranti in Parlamento! Ora, se anche la politica non è altro che uno show, ibrida performance che richiede doti mimetiche e interpretative, non difficile e ben pagata, e allora chi meglio di una che abbia già calpestato le tavole del palcoscenico, sappia sorridere accattivante, lanci sguardi concupiscenti, e magari canti, balli, racconti barzellette, insomma una che balzi fuori dal camerino e sappia bucare il video? Ha già funzionato, no? Loro facciano audience che a governare ci pensa “Papi”...

fonte: Il Salvagente

05 maggio, 2009

Grande Torino, grande cuore!

Nell'anniversario della tragedia nella quale scomparve il Grande Torino ho ricevuto via mail uno scritto leggero, che trasmette emozione sincera, sentita, sana.
Ringrazio l'amico Fabio Nucera per avermelo inviato..
 Lo voglio riproporre qui, segnalando che lo stesso è stato pubblicato nell'edizione online del giornale "Il Foglio" diretto da Giuliano Ferrara.
Complimenti Fabio!

Il mio 4 maggio

Bellissima città. La mia squadra, i miei sogni di bambino. Le speranze di lavoro che si materializzano proprio nella prima e seconda volta che ci metto piede. Torino, la ricordo ancora oggi come sempre: ero più che ventunenne, era il 15 settembre 1995; fuori da Porta Nuova, i fili del tram e poco più su un'oscurità e una pioggia... da annerirti l'anima.
E poi la seconda, il 7 novembre 1995 una giornata tersa, freddissima; le Alpi tutte imbiancate a fare da corona. Un albergo di fronte a Porta Susa, in via Cernaia: Milano doc o (dock?). L'ansia del futuro. E finalmente la tensione che passa

Ci torno due giorni dopo, arrivo col treno da Novara, con l'intento di vedere i risultati del concorso. Ma al palazzo di via Grandis non ci metto nemmeno piede: passa un autobus proprio all'uscita di Porta Susa, c'è scritto Superga. Mi ritrovo su, senza sapere come... vengo calamitato da quel pannello: Superga. E senza nemmeno ricordare l'intento originario del mio viaggio. Al capolinea mi aspetta un trenino. Il vecchio trenino della Sassi-Superga. Si muove e inizia ad arrampicarsi su un parco mozzafiato. Peccato che la giornata non sia quella di due giorni prima. Siamo solo io e il conducente che, con orgoglio, mi fa un po’ di storia di quella linea e di quel trenino. A uno maniaco delle inflessioni linguistiche come me non sfuggono i particolari e nonostante i tuoi decenni passati a Torino, caro mio io non mi sbaglio: tu sei proprio delle mie parti. E' il primo reggino conosciuto a Torino.
Signori si scende. La grande basilica ha una piccola cappella con una bellissima statua lignea della Madonna. Ai piedi c'è un tricolore con al centro il vessillo sabaudo. Mi fermo per un po’ all’interno. Esco ansioso. Fuori solo silenzio. E nebbia. Imbocco il piccolo vialetto al lato. Sento l'incontro con la storia e con la gloria. I nomi dei grandi eroi che imparai da mio padre, da bambino. Sono lì, scolpiti su una lapide: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Castigliano, Rigamonti, Grezar, Ossola, Loik, Gabetto, Valentino Mazzola, Menti. E poi tutti gli altri, che erano lì a condividere il fatal destino in quel 4 maggio del 1949.
Quella data e quell'aereo erano impressi nella mia prima bandiera del Toro, acquistata in un Catanzaro-Torino visto con papà nel 79. Altri ricordi passano nella mente. Passa anche il tempo, ma sembra fermo. Sembra un attimo di eternità. Ed anch'io lì, immobile. Come gli alberi e la nebbia.
D'improvviso un pensiero mi mortifica: "come ho fatto a non portare un fiore?" Cerco di consolarmi: "Di sicuro però ho portato il cuore".
Cara amica, oggi che mi fai ricordare Torino, a distanza di tempo (e di chilometri) rivedo quella giornata di tredici anni fa: Superga, la nebbia, la gloria ed io di fronte. Ma c'è un particolare. Mi sbagliavo: lì, in quell'attimo di eternità, non ero io ad aver portato il cuore. ERA LUI AD AVER PORTATO ME!


p.s. questo pezzo è la risposta – scritta nel 2008 - ad una mail di una cara amica e collega, torinese (e juventina), che recentemente è venuta a mancare, la sig.ra Rosanna De Ambrogio. La ricordo oggi unitamente agli eroi del grande Torino, con l’affetto e la simpatia di sempre.

Fabio Nucera, Crotone

04 maggio, 2009

La mancanza di maestri.

Penso che questo, sia un articolo cui dare la massima diffusione possibile.
Parla di un tarlo che sta erodendo le fondamenta del vivere civile senza che nessuno se ne renda bene conto.
E' troppo facile dire "non c'è pià mondo" oppure "non ci sono più valori". E se fosse colpa nostra, di tutti?.

I RAGAZZI E I SILENZI DEGLI ADULTI
I nostri figli senza maestri


di Isabella Bossi Fedrigotti


Della politica, di ogni suo minimo sussulto, controversia o screzio, si discute per giorni, si ragiona, si polemizza. Dei giovani e giovanissimi, dei loro problemi, dei loro allarmi, della loro violenza, dei terrificanti crimini che riescono a commettere quando ancora, almeno in teoria, devono rispettare l’orario di rientro dettato dai genitori, dopo un momentaneo commento incredulo e sbigottito, si tende, invece, a tacere

E così gli accoltellamenti, le rapine, le aggressioni, gli stupri di gruppo, gli assassini per opera di adolescenti o poco più transitano veloci, giorno dopo giorno, negli spazi delle cronache nere senza che ci prendiamo la briga di riflettere davvero su cosa sta succedendo nella nostra società. Di loro, dei ragazzi, quando li arrestano, si coglie per lo più la freddezza e l’indifferenza, non solo per le vittime ma anche per i propri cari e il proprio destino, quasi che qualsiasi cosa—compreso il carcere — fosse preferibile all’insopportabile noia che li affligge. E sembra specchiarsi, quest’indifferenza, nel loro abbigliamento, sempre uguale, jeans, scarpe sportive e felpa, del tutto indifferente a diversi luoghi e occasioni: casa, scuola, lavoro, pub, sport oppure discoteca.

Vanno e rubano, vanno e accoltellano, vanno e dan fuoco a un barbone, vanno e uccidono un compagno di scorribande, quasi sempre in gruppo, per farsi forza, naturalmente, perché da soli forse non oserebbero; e noi ce la sbrighiamo parlando di «fenomeno delle baby gang», come se il termine straniero minimizzasse la tragicità dei fatti. Ma da dove vengono e chi sono questi alieni crudeli e indifferenti? Da case normali per lo più; anche dal degrado, dalla miseria e dall’emarginazione, ma altrettanto, da case belle, quartieri buoni e famiglie per bene. Potrebbero essere figli di tutti noi, incappati per insicurezza, per solitudine, per noia nell’amico più forte, nel gruppo sbagliato; e si sa che il gruppo ormai conta più della famiglia, per il semplice fatto che la famiglia, nonostante il gran parlare che se ne fa, è oggi più debole che mai. Oltre a essere spesso dimezzata, per cui i ragazzi sono privi della costante ed equilibrante presenza di entrambi i genitori, non è più come un tempo affiancata e sostenuta nel suo magistero dagli insegnanti e da altre figure di educatori come, per esempio, i parroci, per ragioni che a volte risalgono paradossalmente proprio alla famiglia.

Se, infatti, padri e madri—come spesso succede — prendono sistematicamente le parti dei figli contro maestri e professori, è difficile che si crei quell’alleanza di intenti preziosa per l’educazione. E rinunciare a qualsiasi forma di istruzione religiosa è, ovviamente, una scelta rispettabilissima che però priva la famiglia di un supporto non indifferente. Moltissimi sono naturalmente i padri e le madri forti abbastanza per farcela da soli a insegnare ai figli cos’è bene e cos’è male, ma molti sono anche quelli che, invece, non ce la fanno. Ma c’è dell’altro, ed è la profondissima infelicità dei giovani. Perché è certo che sono infelici, lo gridano dietro i loro indecifrabili silenzi, che non sempre riflettono soltanto il comodo, rilassante oppure stanco silenzio degli adulti. È un’infelicità chiusa e senza desideri, peraltro, secondo il geniale titolo del romanzo di Peter Handke, perché non può esserci desiderio dove non c’è speranza.

Ecco, quel che atterra i nostri figli, quel che toglie loro qualsiasi energia positiva, quel che li rende tetri e annoiati e, dunque, disponibili alle trasgressioni più atroci, è la mancanza di speranze condivise. Speranze che molto prima di essere di natura economica sono di natura ideale, nutrimento e carburante indispensabile per i giovani. Anche per noi adulti, ovviamente, perché l’uomo non può vivere senza aspettarsi per domani una sia pur minuscola luce, ma in modo molto meno assoluto e radicale, perché abbiamo ormai imparato bene a difenderci dal vuoto. Speranze —condivise — che una volta riguardavano la politica, per esempio, oppure la religione o la cultura e che adesso, mediamente, s’innalzano fino ai successi della squadra di calcio del cuore o al sogno di finire in tv oppure alla conquista di un certo tipo di abbigliamento firmato e uniforme. Poveri ragazzi, viene da dire, però è questo il piatto che abbiamo preparato per loro, gli esempi che abbiamo fornito, i modelli che abbiamo fabbricato. Ed è un serpente che si morde la coda perché se famiglia, scuola e istituzioni varie oggi si rivelano così deboli, così inascoltate e incapaci di educare è anche perché per prime sembrano aver smarrito nel tempo le ragioni forti del loro essere. I maestri, insomma, i tanto invocati maestri grandemente scarseggiano perché non credono più al loro magistero.

fonte: http://www.corriere.it/

01 maggio, 2009

Pallagorio (kr) -Il CFS denuncia una persona per incendio

PALLAGORIO. Denunciata una persona per aver cagionato un incendio boschivo in un terreno boscato che annualmente viene interessato da incendi al fine di rinnovare il pascolo a mezzo del fuoco.
Nei giorni scorsi, gli uomini del Corpo forestale dello Stato, nel corso di un controllo del territorio, hanno rilevato una grossa colonna di fumo in località Coniselle – Varvarito nel territorio del comune di Pallagorio.
Giunti sul posto, dopo aver controllato l’evolversi dell’incendio, le cui fiamme venivano ritardate a causa della vegetazione ancora verde, scorgevano la presenza di una persona, tale C.D. di anni 43 di Pallagorio custode di un allevamento di bovini.

Lo stesso è stato deferito all’Autorità giudiziaria contestandogli il reato di incendio boschivo doloso.

L’attività è stata svolta dal Comando stazione di San Nicola dell’Alto sotto le direttive del Comando provinciale Crotone.

Il Corpo forestale dello Stato invita i cittadini a segnalare eventuali principi d’incendio al numero verde 1515.