30 giugno, 2009

Crotone - il Corpo Forestale dello Stato sequestra manuffatto abusivo

Il Comando Stazione Forestale di Petilia Policastro in località Fratta, in agro di Mesoraca, ha proceduto a segnalare alla autorità giudiziaria competente, una persona identificata in C.F di Mesoraca di anni 71, per furto aggravato, deturpamento di bellezze naturali e costruzione abusiva.

La pattuglia, a seguito di alcuni controlli eco-ambientali finalizzati a contrastare il fenomeno dell’abusivismo edilizio, ha avuto modo di accertare che C.F., in un fondo datogli in concessione dal comune di Mesoraca, aveva proceduto alla realizzazione di un fabbricato di due piani con struttura portante in cemento armato, e ad opere di scavo per l’ampliamento di un fabbricato esistente, senza alcuna autorizzazione.Finalizzato all’esecuzione dei lavori suddetti, era stato effettuato il taglio di piante con asportazione del materiale legnoso derivante.

Alla luce delle indagini espletate e degli accertamenti eseguiti, il tutto è stato posto sotto sequestro, pertanto C.F. è stato segnalato alla autorità giudiziaria competente per violazione alla normativa urbanistico-edilizia in area sottoposta a vincolo idrogeologico, in assenza di permesso di costruire, furto aggravato e deturpamento di bellezze naturali.

Inoltre, allo stesso è stato redatto verbale amministrativo per violazione alle legge forestale.

25 giugno, 2009

Il prete di Mandriola (PD) censura Silvio Berlusconi

Monta l'indignazione e la censura degli uomini della Chiesa in relazione ai comportamenti del Presidente del Consiglio dei Ministri.

A volte qualcuno è proprio malato e ha dei problemi personali molto seri... ma non ha il coraggio, la decenza, l'onestà di ammetterlo, come fa chi ci governa.
Per novembre il Presidente Berlusconi farà il miracolo di dare a tutti i terremotati una nuova casa.
Come possa dire "balle" talmente enormi e trovare ancora gente che gli creda... solo Dio lo sa!".
E' questo uno dei passaggi principali del bollettino parrocchiale diramato dal parroco della piccola comunità di Mandriola, alla periferia sud di Padova.. " Nel bollettino parrocchiale don Franco Scarmoncin continua dicendo che "quanto sto chiedendomi da alcuni anni é: come fa la gente a non rendersi conto della situazione in cui ci sta cacciando questo Governo ?
Sta portando la nave alla deriva e noi gli battiamo le mani.
Sto pensando: il nostro amato e osannato Presidente deve essere molto più bravo e capace di quanto io riesca a rendermi conto... Non riesco proprio a comprendere (naturalmente per le mie modeste possibilità intellettuali) tutta la sua smisurata intelligenza e strategia politica, da statista unico e irrepetibile...
D'altra parte, è impossibile che milioni di persone, milioni di italiani si sbaglino tutti; vivano in un perpetuo letargo da non rendersi conto di quanto sta succedendo attorno.
Devo essere certamente io, "pessimista", a leggere male la storia e il momento politico che stiamo vivendo !
E Dio sa quanto vorrei potermi sbagliare!".
Nel bolletino il parroco di Mandriola, reperibile sul sito www.mandriola.org, conclude: "Me la prendo con una caterva di personaggi meschini e senza onore: Emilio Fede, Bruno Vespa, Bel Pietro, Mimun, Vittorio Feltri, Gianni Riotta, Mario Giordano, Confalonieri, Paolo Bonaiuti, Bondi, Cicchitto, Gasparri, Renato Schifani... un'infinità di giornalisti, imprenditori e parlamentari che sistematicamente lo difendono, negando l'evidenza dei fatti,... tutti i galoppini in adorazione davanti a lui, rapiti dalla sua parola.
Tutta questa gente meriterebbe di essere (passi l'esagerazione) "fucilata"... perchè non possono non essere più intelligenti di me e non possono non vedere quanto è evidente a un cieco".

Fonte
Padova24ore


e questo e' il link ove e' possibile reperire il bollettino della parrocchia

24 giugno, 2009

Un prete scrive al suo cardinale

Lettera del prete genovese al suo vescovo: "Avete fatto il diavolo a quattro
sulle convivenze e sul caso Englaro. Ma assolvete il premier da ogni immoralità"

"Perché trattate così bene Berlusconi?"

Don Farinella scrive al cardinal Bagnasco
"Io e molti credenti crediamo che così avete perduto autorità. Molti si allontanano dalla Chiesa per la vostra morale elastica"

di don PAOLO FARINELLA

Questa lettera, scritta da don Paolo Farinella, prete e biblista della diocesi di Genova al suo vescovo e cardinale Angelo Bagnasco, è stata inviata qualche settimana fa e circola da giorni su internet. Riguarda la vicenda Berlusconi, vista con gli occhi di un sacerdote. Alla luce degli ultimi fatti e della presa di posizione di Famiglia Cristiana che ha chiesto alla Chiesa di parlare, i suoi contenuti diventano attualissimi.

Egregio sig. Cardinale,

viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E' il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.

Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato - o meglio non ha trattato - la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.

Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di "frequentare minorenni", dichiara che deve essere trattato "come un malato", lo descrive come il "drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio". Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell'omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull'inazione del suo governo. Una sentenza di tribunale di 1° grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale.

Lei, sig. Cardinale, presenta il magistero dei vescovi (e del papa) come garante della Morale, centrata sulla persona e sui valori della famiglia, eppure né lei né i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale. I vescovi assistono allo sfacelo morale del Paese ciechi e muti, afoni, sepolti in una cortina di incenso che impedisce loro di vedere la "verità" che è la nuda "realtà". Il vostro atteggiamento è recidivo perché avete usato lo stesso innocuo linguaggio con i respingimenti degli immigrati in violazione di tutti i dettami del diritto e dell'Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, con cui il governo è solito fare i gargarismi a vostro compiacimento e per vostra presa in giro. Avete fatto il diavolo a quattro contro le convivenze (Dico) e le tutele annesse, avete fatto fallire un referendum in nome dei supremi "principi non negoziabili" e ora non avete altro da dire se non che le vostre paroline sono "per tutti", cioè per nessuno.

Il popolo credente e diversamente credente si divide in due categorie: i disorientati e i rassegnati. I primi non capiscono perché non avete lesinato bacchettate all'integerrimo e cattolico praticante, Prof. Romano Prodi, mentre assolvete ogni immoralità di Berlusconi.
Non date forse un'assoluzione previa, quando vi sforzate di precisare che in campo etico voi "parlate per tutti"? Questa espressione vuota vi permette di non nominare individualmente alcuno e di salvare la capra della morale generica (cioè l'immoralità) e i cavoli degli interessi cospicui in cui siete coinvolti: nella stessa intervista lei ha avanzato la richiesta di maggiori finanziamenti per le scuole private, ponendo da sé in relazione i due fatti. E' forse un avvertimento che se non arrivano i finanziamenti, voi siete già pronti a scaricare il governo e l'attuale maggioranza che sta in piedi in forza del voto dei cattolici atei? Molti cominciano a lasciare la Chiesa e a devolvere l'8xmille ad altre confessioni religiose: lei sicuramente sa che le offerte alla Chiesa cattolica continuano a diminuire; deve, però, sapere che è una conseguenza diretta dell'inesistente magistero della Cei che ha mutato la profezia in diplomazia e la verità in servilismo.

I cattolici rassegnati stanno ancora peggio perché concludono che se i vescovi non condannano Berlusconi e il berlusconismo, significa che non è grave e passano sopra a stili di vita sessuale con harem incorporato, metodo di governo fondato sulla falsità, sulla bugia e sull'odio dell'avversario pur di vincere a tutti i costi. I cattolici lo votano e le donne cattoliche stravedono per un modello di corruttela, le cui tv e giornali senza scrupoli deformano moralmente il nostro popolo con "modelli televisivi" ignobili, rissosi e immorali.

Agli occhi della nostra gente voi, vescovi taciturni, siete corresponsabili e complici, sia che tacciate sia che, ancora più grave, tentiate di sminuire la portata delle responsabilità personali. Il popolo ha codificato questo reato con il detto: è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco. Perché parate il sacco a Berlusconi e alla sua sconcia maggioranza? Perché non alzate la voce per dire che il nostro popolo è un popolo drogato dalla tv, al 50% di proprietà personale e per l'altro 50% sotto l'influenza diretta del presidente del consiglio? Perché non dite una parola sul conflitto d'interessi che sta schiacciando la legalità e i fondamentali etici del nostro Paese? Perché continuate a fornicare con un uomo immorale che predica i valori cattolici della famiglia e poi divorzia, si risposa, divorzia ancora e si circonda di minorenni per sollazzare la sua senile svirilità? Perché non dite che con uomini simili non avete nulla da spartire come credenti, come pastori e come garanti della morale cattolica? Perché non lo avete sconfessato quando ha respinto gli immigrati, consegnandoli a morte certa?

Non è lo stesso uomo che ha fatto un decreto per salvare ad ogni costo la vita vegetale di Eluana Englaro? Non siete voi gli stessi che difendete la vita "dal suo sorgere fino al suo concludersi naturale"? La vita dei neri vale meno di quella di una bianca? Fino a questo punto siete stati contaminati dall'eresia della Lega e del berlusconismo? Perché non dite che i cattolici che lo sostengono in qualsiasi modo, sono corresponsabili e complici dei suoi delitti che anche l'etica naturale condanna? Come sono lontani i tempi di Sant'Ambrogio che nel 390 impedì a Teodosio di entrare nel duomo di Milano perché "anche l'imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa". Voi onorate un vitello d'oro.

Io e, mi creda, molti altri credenti pensiamo che lei e i vescovi avete perduto la vostra autorità e avete rinnegato il vostro magistero perché agite per interesse e non per verità. Per opportunismo, non per vangelo. Un governo dissipatore e una maggioranza, schiavi di un padrone che dispone di ingenti capitali provenienti da "mammona iniquitatis", si è reso disposto a saldarvi qualsiasi richiesta economica in base al principio che ogni uomo e istituzione hanno il loro prezzo. La promessa prevede il vostro silenzio che - è il caso di dirlo - è un silenzio d'oro? Quando il vostro silenzio non regge l'evidenza dell'ignominia dei fatti, voi, da esperti, pesate le parole e parlate a suocera perché nuora intenda, ma senza disturbarla troppo: "troncare, sopire ... sopire, troncare".

Sig. Cardinale, ricorda il conte zio dei Promessi Sposi? "Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo ... si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest'urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti... A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent'altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire" (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX). Dobbiamo pensare che le accuse di pedofilia al presidente del consiglio e le bugie provate al Paese siano una "bagatella" per il cui perdono bastano "cinque Pater, Ave e Gloria"? La situazione è stata descritta in modo feroce e offensivo per voi dall'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che voi non avete smentito: "Alla Chiesa molto importa dei comportamenti privati. Ma tra un devoto monogamo [leggi: Prodi] che contesta certe sue direttive e uno sciupa femmine che invece dà una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupa femmine. Ecclesia casta et meretrix" (La Stampa, 8-5-2009).

Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l'integerrimo sant'Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell'imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: "Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l'anima con il denaro" (Ilario di Poitiers, Contro l'imperatore Costanzo 5).

Egregio sig. Cardinale, in nome di quel Dio che lei dice di rappresentare, ci dia un saggio di profezia, un sussurro di vangelo, un lampo estivo di coerenza di fede e di credibilità. Se non può farlo il 50% di pertinenza del presidente della Cei "per interessi superiori", lo faccia almeno il 50% di competenza del vescovo di una città dove tanta, tantissima gente si sta allontanando dalla vita della Chiesa a motivo della morale elastica dei vescovi italiani, basata sul principio di opportunismo che è la negazione della verità e del tessuto connettivo della convivenza civile.

Lei ha parlato di "emergenza educativa" che è anche il tema proposto per il prossimo decennio e si è lamentato dei "modelli negativi della tv". Suppongo che lei sappia che le tv non nascono sotto l'arco di Tito, ma hanno un proprietario che è capo del governo e nella duplice veste condiziona programmi, pubblicità, economia, modelli e stili di vita, etica e comportamenti dei giovani ai quali non sa offrire altro che la prospettiva del "velinismo" o in subordine di parlamentare alle dirette dipendenze del capo che elargisce posti al parlamento come premi di fedeltà a chi si dimostra più servizievole, specialmente se donne. Dicono le cronache che il sultano abbia gongolato di fronte alla sua reazione perché temeva peggio e, se lo dice lui che è un esperto, possiamo credergli. Ora con la benedizione del vostro solletico, può continuare nella sua lasciva intraprendenza e nella tratta delle minorenni da immolare sull'altare del tempio del suo narcisismo paranoico, a beneficio del paese di Berlusconistan, come la stampa inglese ha definito l'Italia.

Egregio sig. Cardinale, possiamo sperare ancora che i vescovi esercitino il servizio della loro autorità con autorevolezza, senza alchimie a copertura dei ricchi potenti e a danno della limpidezza delle verità come insegna Giovanni Battista che all'Erode di turno grida senza paura per la sua stessa vita: "Non licet"? Al Precursore la sua parola di condanna costò la vita, mentre a voi il vostro "tacere" porta fortuna.

In attesa di un suo riscontro porgo distinti saluti.

Genova 31 maggio 2009
Paolo Farinella, prete

fonte
La Repubblica

23 giugno, 2009

Bari resta a Michele Emiliano

Saluto con simpatia la vittoria di Michele Emiliano nelle elezioni comunali di Bari. Una persona seria, la quale tanto ha fatto nei suoi primi cinque anni di mandato e tanto ancora puo' fare per la sua citta'.
E' confortante quando la persona giusta vince le elezioni.Non e' poco di questi tempi.


Michele Emiliano sarà per altri cinque anni il sindaco di Bari e dei baresi. Un risultato nettissimo, inequivocabile: per lui centomila voti, per l’esatte zza 100.021, per una percentuale ad un soffio dal 60 per cento (59,8), contro il 40,19 per cento del suo avversario, scelto «solamente » da 67.217 elettori, i due terzi del rivale. Uno scarto di trentatremila voti, una marea in una sfida che doveva essere testa a testa.
Per Simeone Di Cagno Abbrescia anche il pesante scotto dell’effetto «cavallo di ritorno», lo stesso che fulminò Francesco Rutelli a Roma e Orlando a Paler mo. Il numero che balza evidente agli occhi, rispetto al primo turno, è quello della sostanziale conferma delle preferenze per Emiliano, nonostante un 14 per cento in meno di votanti, mentre alla conta delle preferenze del suo rivale ne mancano addirittura 25mila, un numero davvero sorprendente (erano su per giù 92mila, scendono a 67mila).

Il centrodestra può appellarsi alla tradizionale pigrizia del suo elettorato ed al sexygate in salsa barese che anima le cronache dei giornali (meno dei telegiornali) da giorni. E’ indubbio che una larga fetta di simpatizzanti per così dire «in bilico», sia rimasta per lo meno sconcertata dalle avventurose notti di Patrizia e delle sue amiche a Palazzo Grazioli. E l’ha detto chiaramente. Ma la sconfitta è indiscutibile, pesante, tale da suggerire un profondo ripensamento delle strategie e forse anche della dirigenza del Pdl in città: la grande alleanza di centrosinistra, allargata all’Udc e con la benedizione di Adriana Poli Bortone, il cosiddetto «Laboratorio Bari» fa cappotto nei ballottaggi e si riprende tutte e quattro le presidenze delle circoscrizioni in palio, tornando in leggera supremazia (era 4-1 per il centrodestra il risultato del primo turno).

Michele Emiliano è un sindaco tanto amato, amatissimo, quanto detestato dalla controparte, insofferente all’idea di doversene restare ancora a lungo all’opposizione nella città che fu il feudo di Pinuccio Tatarella. Le scene di entusiasmo e affetto di ieri pomeriggio in corso Vittorio Emanuele, dove si sono dati appuntamento migliaia di fans, hanno ricordato quelle per la promozione in serie A del Bari, il jolly che il Pdl ha provato a giocare nel finale di partita senza incidere più di tanto, anzi. Al di là delle cose fatte e di quelle ancora da fare, la scelta è caduta su chi ha saputo «interpretare la città e la sua modernità », come ha detto Emiliano nell’improvvisato comizio di ringraziamento. Dove bene ha fatto a chiarire subito di sentirsi obbligato ad essere il sindaco di tutti i baresi. Avrà dalla sua una maggioranza sufficientemente solida, fatta di 26 consiglieri contro 18, e di un consenso cittadino che ora sa essere altrettanto solido. Lo aspettano cinque anni di sfide: forse non solo per Bari ma per tutto il centrosinistra italiano


fonte
La gazzetta del mezzogiorno

L'articolo di Ezio Mauro sul Guardian di oggi.

It's impossible to say today whether Silvio Berlusconi will fall as the result of a scandal that has its origins in his Caesar-like vision of power without limit or constraint - or whether he will succeed in regaining control over a crisis that for more than a month now has attracted headlines around the world and not just in Italy. What is certain is that a rift has emerged between the prime minister and the country and, even more importantly, between the leader and his supporters. It is a wound that could be fatal for a politician who for the past 15 years has conducted the most ambitious experiment in modern populism that the west has known.

In ensuring the constant consecration of The Leader before his people, every barrier between the public and the private had to be demolished. So when Berlusconi stood for election for the first time in 1994 he gave 50 million Italians the gift of his family photograph album. There were photos of Berlusconi as a child, of Berlusconi with his actress wife, and of Berlusconi the successful businessman. Now that potent mixture of the personal and political has become his undoing. Fate has imprisoned him in a mythical macho landscape that he constructed with his own hands, populated by young women and aspirant starlets, and rife with sexual innuendo.

And it is those women who are the beginning of the downfall - quite public, utterly political - for the leader who defined himself as a ladykiller and epic lover. When La Repubblica, almost two months ago, revealed that the prime minister had gone to the birthday party of Noemi Letizia, an 18-year-old living in the suburbs of Naples, things went off the rails in an unprecedented fashion. Berlusconi's wife accused him of using his friendships with young women to choose candidates for the European elections. She defined that method as "trashy politics".

Speaking to La Repubblica, Veronica Lario added something else. She said "my husband frequents minors," and that he did this "because he is ill, to the extent that I have asked his doctor to help him, as he would anyone who is not well".

At this point Berlusconi lost his head. When we asked him for an interview, he refused. When our paper publicly challenged him, every day, to answer 10 questions relating to the allegations made by his wife and the contradictory accounts emerging from this scandal, he reacted with insults. He has given five different versions of his relations with Noemi Letizia and her family, and has gone so far as to denounce a subversive plot to overthrow him.

But the prime minister is standing at the edge of a precipice. Two young women from Bari have told magistrates that they were paid by an intermediary to attend parties with other girls, at Berlusconi's homes in Rome and in Sardinia. An investigation into the possible abetting of prostitution is under way. In European papers, pictures of the prime minister, surrounded by young women, are doing the rounds. In Italy, Berlusconi has successfully sought an injunction on their publication. In Italy, the public has reacted by awarding Berlusconi 35% of the vote when he expected to gain 45%. His party is in disarray. He himself is silent and refuses to answer journalists' questions, and even the Church, his great ally, has been obliged to distance itself.

The prime minister, in freefall, describes the crisis as a coup. As far as La Repubblica is concerned, we will continue in our work as if this were a normal country. We will continue to condemn this abuse of public power.

Fonte
The guardian

22 giugno, 2009

La musica di una vita - numero 2 - Bruce Springsteen New York City Serenade



Billy he's down by the railroad tracks
Sittin' low in the back seat of his Cadillac
Diamond Jackie, she's so intact
As she falls so softly beneath him
Jackie's heels are stacked
Billy's got cleats on his boots
Together they're gonna boogaloo down Broadway and come back home with the loot
It's midnight in Manhattan, this is no time to get cute
It's a mad dog's promenade
So walk tall or baby don't walk at all

Fish lady, oh fish lady
She baits them tenement walls
She won't take corner boys
They ain't got no money
And they're so easy
I said "Hey, baby
Won't you take my hand
Walk with me down Broadway
Well mama take my arm andÊ move with me down Broadway"
I'm a young man, I talk it real loud
Yeah babe I walk it real proud for you
Ah so shake it away
So shake away your street life
Shake away your city life
Hook up to the train
And hook up to the night train
Hook it up
Hook up to the train
But I know that she won't take the train, no she won't take the train
Oh she won't take the train, no she won't take the train
Oh she won't take the train, no she won't take the train
Oh she won't take the train, no she won't take the train
She's afraid them tracks are gonna slow her down
And when she turns this boy'll be gone
So long, sometimes you just gotta walk on, walk on

Hey vibes man, hey jazz man, play me your serenade
Any deeper blue and you're playin' in your grave
Save your notes, don't spend 'em on the blues boy
Save your notes, don't spend 'em on the darlin' yearlin' sharp boy
Straight for the church note ringin', vibes man sting a trash can
Listen to your junk man
Listen to your junk man
Listen to your junk man
He's singin', he's singin', he's singin'
All dressed up in satin, walkin' past the alley
He's singin', singin', singin', singin'

21 giugno, 2009

La Storia dei nostri tempi - il buco nero dell'impero




Perché Bush è andato in Afghanistan. Perché anche Obama ci và. Le vie
del gas e del petrolio. Le cause della rimonta dei Talebani e del
crollo di Karzai. Chi ci guadagna dall’oppio? Perché il vicino
Pakistan rischia di scoppiare?

E' ben triste la vita di un Italiano che pensa. Deve ammorbarsi la mente con questioni squallide e infime, quando la Storia con la S maiuscola non passa piu' dal nostro Paese.
Gran parte del nostro popolo pensa di far parte di una nazione importante, di essere protagonisti nello scacchiere politico internazionale.Senza che si mettessero le attuali vicende del Premier, e' gia' da tempo che siamo oscura periferia del mondo.
E' bene ogni tanto volgere lo sguardo dove si sta facendo la Storia, per cercare di capire cio' che accade perche' i media di casa nostra non sono in grado di farlo.
Ecco una interessante intervista a Mohamed Hassan, specialista del Medio Oriente.

di Grégoire Lalieu e Michel Collon

originale in francese

Nel 2001, gli Stati Uniti lanciavano l’operazione «Enduring Freedom»
in Afghanistan perché, secondo loro, i Talebani rifiutavano di
consegnare Osama Bin Laden. Sette anni dopo, nessuno più parla del
nemico pubblico numero uno. Quali sono, oggi, le ragioni di questa
guerra?

Innanzitutto, si deve considerare che i Talebani non hanno niente a
che vedere con Osama Bin Laden. Nel 1996, Bin Laden, espulso
dall’Arabia Saudita, trovava rifugio in Sudan. I sudanesi fecero
allora pressione su questo paese perché mandasse via il celebre
terrorista. È stato in quel momento che Bin Laden si è rifugiato in
Afghanistan. Ma gli attentati dell’11 settembre non avevano nessun
rapporto con questo paese. La reazione dei Talebani quando Washington
ha richiesto Bin Laden è stata giusto questa: «se volete che Bin Laden
venga giudicato, dateci le prove e lasciate che a giudicarlo sia una
corte islamica in uno qualsiasi dei paesi musulmani». Infatti, i
neocon dell’amministrazione Bush hanno utilizzato questo tragico
avvenimento come un alibi.

Con quali intenzioni?

Tre grandi opere ci permettono di capire le radici della visione degli
Stati Uniti. La prima è La fine della Storia, di Francis Fukuyama.
L’autore sostiene che la storia dell’umanità è arrivata alla fine con
il crollo dell’Unione Sovietica e la dominazione della democrazia
liberale. La seconda è Lo scontro delle civiltà di Samuel Huntington,
secondo il quale la storia non dipenderebbe dalla lotta di classe ma
piuttosto da un conflitto tra civiltà, giudicando la civiltà islamica
la più aggressiva. La terza e ultima opera, La grande scacchiera di
Zbigniew Brzezinski, ritiene che chi dominerà l’Eurasia sarà la sola
potenza del 21° secolo. Infatti, la maggior parte della popolazione
mondiale vive in quest’area e l’attività economica della macro-regione
diventa sempre più importante.

Ora, ritorniamo alla fine dell’amministrazione Clinton. Il 1997 è
stato segnato da una seria crisi economica: con lo scoppio della bolla
finanziaria in Asia, il Nasdaq [l'indice dei principali titoli
tecnologici della borsa americana, ndr] è crollato. Quando i
neoconservatori sono arrivati alla Casa Bianca, nel 2001, con Georges
W. Bush la situazione economica non era quindi rosea. Malgrado ciò,
essi hanno esposto i loro obiettivi in modo chiaro: nessuno deve
essere in grado di competere con gli Stati Uniti. La nuova
amministrazione, per raggiungere i suoi obiettivi, ha tentato di
controllare il mondo cercando di impossessarsi delle risorse più
importanti, essenzialmente del gas e del petrolio.

Su consiglio di Brzezinski, Clinton voleva in primo luogo dominare
l’Europa ampliando la NATO, e dopo conquistare l’Asia centrale. Ma i
neoconservatori hanno detto: «No, non abbiamo tempo per fare questo.
Data la crisi, dobbiamo creare e controllare il Grande Medio Oriente
per disporre del petrolio». Si coglie questo cambiamento nel discorso
tenuto da Bush dopo gli attentati dell’11 settembre: «Siete con noi o
contro di noi». Con la sua idea di Asse del Male, voleva allargare la
guerra.

La guerra in Afghanistan – che per la prima volta nella storia è stata
pianificata dalla Cia con la collaborazione del Pentagono – non era
dunque che un pretesto per far esercitare e formare adeguatamente le
truppe statunitensi per attaccare l’Iraq. Dovete sapere che il
rovesciamento di Saddam Hussein era stato pianificato ben prima degli
attacchi dell’11 settembre.

Obama vuole incarnare il cambiamento. Perché concentra gli sforzi
militari in Afghanistan invece che in Iraq?

Innanzitutto, la guerra in Iraq ha incontrato difficoltà non previste.
Il governo USA pensava che sarebbe stato il bersaglio più facile
poiché Saddam Hussein non disponeva di un grande esercito e una larga
parte della popolazione irachena non sopportava il suo regime. Sono
bastati pochi giorni, dal 20 marzo al 10 aprile 2003, perché gli Stati
Uniti prendessero Baghdad. Dopo, gli USA hanno solo protetto
l’industria petrolifera e hanno lasciato esplodere tutto il resto.
Paul Bremer, il governatore statunitense in Iraq, ha distrutto le basi
dell’antico regime iracheno, smobilitato la polizia e la struttura
dell’esercito. In questo momento, la resistenza è aumentata, e anche
il costo dell’occupazione statunitense: otto miliardi di dollari al
mese (ai quali si deve aggiungere un miliardo e mezzo per
l’Afghanistan)! Per otto anni, l’amministrazione neo conservatrice ha
speso tutto il denaro a disposizione per questa guerra senza ottenere
alcun risultato: non sono riusciti né a pacificare il paese, né a
creare il governo che volevano, né a ottenere il consenso popolare, e
nemmeno a controllare il petrolio.

Quando la resistenza irachena ha rivelato la debolezza
dell’imperialismo USA e la sua incapacità a vincere il conflitto, il
popolo degli Stati Uniti è diventato più attento al piano politico. La
mancanza di appoggio dell’opinione pubblica a questa guerra ha spinto
Obama al cambiamento. Dal momento che sulla scena internazionale
questa guerra non era approvata all’unanimità, Francia, Germania e
altri paesi si sono rifiutati di partire per l’Iraq. Secca, la
decisione di Obama è anche un mezzo per mantenere l’alleanza NATO. Ma
una disfatta in Afghanistan potrebbe segnare la fine del Patto
Atlantico.

I Talebani non sono stati sempre nemici degli Stati Uniti. La
precedente segretaria di Stato statunitense Madeleine Albright aveva
accolto la loro salita al potere nel 1996 come un «passo positivo».
Pare anche che questo passo fosse stato incoraggiato. L’ex ministro
pakistano Benazir Bhutto lo ha riassunto così: « l’idea era inglese,
il finanziamento saudita, la vigilanza pakistana e l’armamento
americano ».

Alla fine degli anni 70, i Sovietici vennero in Afghanistan per
sostenere il governo rivoluzionario minacciato dai conflitti interni.
Brzezinski, consigliere del presidente Carter, tentò di fare
dell’Afghanistan il Vietnam dei Sovietici per infliggere così il colpo
di grazia all’influenza del socialismo nella regione. Per combattere
l’URSS e il governo rivoluzionario afgano, gli Stati Uniti e l’Arabia
Saudita sostennero i Mujahideen attraverso il Pakistan. Quando
l’Armata Rossa lasciò l’Afghanistan nel 1989, gli Stati Uniti sapevano
che i sovietici stavano attraversando una seria crisi. Avendo
raggiunto il loro obiettivo, se ne lavarono le mani e lasciarono la
regione quando era ormai sprofondata nel caos. Infatti, Washington ha
utilizzato i Mujahideen come un preservativo: quando non erano più di
nessuna utilità, li hanno “gettati”. Chi ne ha sofferto? I popoli
afgano e pakistano.

In effetti, quando i servizi segreti hanno sostenuto i Mujahideen per
combattere i comunisti, non hanno unificato questo movimento, hanno
solo finanziato separatamente qualche signore della guerra. Quando gli
Stati Uniti lasciarono il paese, un’aspra competizione ha contrapposto
i signori della guerra afgani. Il paese è stato completamente
distrutto da una guerra civile. Milioni di rifugiati sono fuggiti in
Pakistan, anch’esso colpito da una forte crisi. L’afflusso di
rifugiati e di baroni della droga ha peggiorato ulteriormente la
situazione economica.

È in questo contesto che apparvero i Talebani, studenti provenienti
dalla generazione più giovane dei rifugiati. Il loro arrivo al potere
ha dato un’opportunità agli USA e al Pakistan. Ma, in realtà, ognuno
di questi tre attori aveva interessi molto diversi.

Quali?

Il Pakistan, quando i paesi dell’Asia centrale sono diventati
indipendenti, ha realizzato che il suo principale nemico, l’India, era
forte, e quindi ha capito che la sua situazione era molto delicata. La
borghesia pachistana decise, per svilupparsi economicamente e fare
concorrenza all’India, di utilizzare l’Afghanistan come porta
d’accesso ai mercati dell’Asia centrale. Essa quindi favorì l’ascesa
al potere dei Talebani in Afghanistan.

L’interesse statunitense era quello di controllare e dominare le
ricchezze dell’Asia centrale. La compagnia petrolifera statunitense,
Unocal, voleva costruire un oleodotto nella regione: per fare ciò
c’era bisogno che l’Afghanistan fosse pacificato.

Infine, l’interesse dei Talebani era di portare la pace nel paese e
instaurare una rivoluzione islamica. Questo, incontrava gli interessi
dell’Arabia Saudita che sperava di esportare l’ideologia islamica in
Asia centrale, al fine di indebolire la Russia e controllare il gas
nella regione.

Appoggiati dalle potenze straniere, i Talebani hanno combattuto i
signori della guerra e preso il potere. Stanco, il popolo afgano
voleva la pace. I Talebani furono bene accolti.

In fin dei conti, questo piano non ha funzionato: gli Stati Uniti non
sono riusciti a portare la pace nella regione, il Pakistan non ha
potuto avere accesso al mercato dell’Asia centrale e i Talebani sono
stati rovesciati. Perché?

L’Afghanistan ospita gruppi etnici differenti. Il più grande è quello
dei Pashtun, che rappresenta circa il 50% della popolazione. Poi ci
sono i Tagichi, gli Azari e i Kazaki intorno ai quali si articola la
rivalità tra i signori della guerra. Infine, ci sono le minoranze. I
Talebani sono Pashtun. Un tratto caratteristico di questo gruppo è che
sono molto indipendenti! Gli USA e il Pakistan volevano utilizzarli
come mercenari, ma i Talebani avevano una loro propria visione delle
cose. Inoltre, i Pashtun non riconoscono la frontiera che separa
Afghanistan e Pakistan.

Perché?

Ritorniamo al 19° secolo, quando l’India era ancora la preziosa
colonia dell’Impero britannico, che ostacolava l’espansione russa in
Asia centrale. Per proteggere la loro colonia, gli inglesi volevano
utilizzare l’Afghanistan. Questo si è tradotto in tre guerre anglo-
afgane. Quello che ci interessa particolarmente è il risultato della
seconda guerra: nel 1883, il governatore dell’India, Sir Durand,
tracciò una linea nel territorio Pashtun, per proteggere la sua
colonia creando una zona cuscinetto tra l’Afghanistan e l’India
britannica. Questa è la linea che oggi separa l’Afghanistan e il
Pakistan. È per questo che molti Pashtun non riconoscono l’esistenza
del Pakistan. Quando questo paese è diventato indipendente, il solo
membro a votare contro il suo ingresso nelle Nazioni Unite è stato
l’Afghanistan!

Era chiaro che i Talebani, una volta preso il potere, non si sarebbero
piegati agli interessi stranieri. A maggio 2001, sei mesi prima
dell’attacco al World Trade Center, Washington ha concesso senza alcun
risultato una sovvenzione di 43 milioni di dollari al regime talebano
per il progetto dell’oleodotto della compagnia Unocal. Ma con l’11
settembre, tutto il programma è andato in fumo.

Le forze della coalizione hanno facilmente rovesciato il regime
talebano ma non sono riuscite a ottenere il controllo del paese.
Perché?

Prima di tutto, l’attuale governo afgano non è stato riconosciuto dai
Pashtun. Quando i Talebani sono stati rovesciati, gli USA hanno messo
Hamid Karzai come presidente. Karzai, che ha lavorato per Unocal, è un
Pashtun ma non ha base sociale in Afghanistan. Infatti, i Pashtun,
primo gruppo etnico del paese, non risultano realmente rappresentati
in questo governo. C’è giusto qualche marionetta di Washington senza
alcuna legittimità tra la popolazione. All’inizio, gli USA provarono a
comprare dei Pashtun rappresentativi perché partecipassero al governo,
ma questi hanno preso il denaro e si sono tirati indietro: come si è
già detto, i Pashtun sono
molto indipendenti!

In secondo luogo, i signori della guerra al governo fanno ognuno i
propri interessi. Non pagano tasse al governo centrale, ma
s’appropriano delle ricchezze. Ogni ministero è il ministero
indipendente di un signore della guerra. Una situazione caotica che
paralizza il governo.

In terzo luogo, i signori della guerra non si fidano dei Pashtun.
Credono che se i Pashtun prendessero la maggioranza al governo,
finirebbero con l’imporre la loro visione. In breve, è un governo dove
tutti sono contro tutti. Tutte le sceneggiature immaginate
dall’Occidente non funzionano!

Infine, possiamo dire allo stesso modo che le forze NATO non aiutano
Hamid Karzai nel suo lavoro bombardando i contadini nelle loro
fattorie, nelle moschee o ai funerali. L’attuale governo è percepito
dalla maggior parte della popolazione come uno strumento
dell’aggressore. Tutti questi morti hanno portato a un sollevamento
popolare e unificato la resistenza dei Talebani.

Conseguenza di questa guerra, la produzione di oppio è aumentata di
più del 3000% dopo la caduta del regime talebano. Il dipartimento di
Stato USA ha accusato i Talebani di utilizzare la droga per finanziare
la resistenza.

L’oppio è un prodotto chimico derivato dal papavero. Quando il fiore
di papavero si schiude, viene tagliato, si raccoglie il latte che esce
e lo si vende. È questo che fanno i contadini afgani. Dopo, delle
persone seccano il latte, lo lavorano in una macchina aggiungendogli
prodotti chimici per ottenere l’oppio. Per produrre questa droga, c’è
bisogno di un laboratorio e di conoscenze di chimica. Non penso che i
contadini afgani abbiano tutti un diploma da chimici! Se così fosse,
l’Afghanistan sarebbe un paese molto sviluppato! Per guadagnare denaro
dal traffico di oppio, c’è bisogno anche di una certa logistica per
poter portare il prodotto in Occidente. I Talebani non hanno nulla di
tutto ciò. In realtà l’oppio proviene dai signori della guerra, con
l’aiuto della CIA. La droga proviene dai servizi segreti statunitensi
che la utilizzano come un fondo redditizio, trasportandola nei paesi
occidentali, vendendola al prezzo di mercato e utilizzando il denaro
ricavato per finanziare le loro guerre.

In Afghanistan, la coltivazione del papavero è cominciata con la
guerra contro i Sovietici e oggi, l’industria dell’oppio è in mano ai
signori della guerra. Adesso, ad un contadino, coltivare il papavero
frutta molto di più rispetto alla coltura dei pomodori. Per costruirsi
una basa sociale, i signori della guerra hanno lasciato coltivare ai
contadini quello che volevano.

Invece, quando i Talebani avevano preso il potere negli anni 90,
avevano bruciato i campi dei papaveri. In questo modo si sono creati
molti nemici tra i contadini. È per questo che oggi, i Talebani non
impediscono più ai contadini di coltivare il papavero, ma impediscono
la produzione di oppio. Ricavano anche benefici grazie al contributo
finanziario dei contadini. Infatti, il governo centrale non ha nessuna
possibilità di riscuotere una tassa nel Sud del Paese, perché tutto è
in mano ai Talebani. Un governo incapace di riscuotere le tasse non è
un governo!

Molti specialisti considerano che la guerra in Afghanistan è
impossibile da vincere. Il generale francese Georgelin l’ha anche
qualificata come «macello ingestibile». Quali sono le difficoltà
incontrate dalle forze di coalizione?

La NATO uccide civili ogni giorno. Da allora, la popolazione si è
avvicinata ai Talebani. Adesso, questi controllano il Sud del Paese,
con un governo di fatto in ogni villaggio. Si mescolano nella
popolazione e le forze NATO registrano perdite. Di conseguenza, quando
qualche cosa di sospetto si muove, i soldati americani aprono il
fuoco, uccidendo anche civili. Quindi, gli afgani sopportano, da un
lato, i signori della guerra imperialisti che bombardano i civili,
dall’altro i signori della guerra locali che saccheggiano i paesi e
vendono la droga. Ecco perché i Talebani hanno il sostegno della
popolazione: non perché hanno idee progressiste, ma perché il popolo
si aspetta che portino la pace nel paese. Esattamente come hanno fatto
nel 1992.

È per questo che Obama si dichiara pronto a negoziare con i Talebani
moderati?

Il neo presidente cerca di proteggere gli Stati Uniti da una crisi che
si alimenta da sette decenni. Ed è un compito difficile. Obama vuole
mostrare che non è in atto una guerra contro i musulmani e che egli
contrasta l’idea dello scontro tra civiltà. Si dice quindi pronto a
negoziare con i Talebani moderati. Questa è la nuova politica
statunitense in più parti del pianeta dove esistono movimenti
musulmani: dividerli tra buoni e cattivi.

Non so se questo tipo di negoziazioni serva a mettere fine al
conflitto. Se Washington sperimenta questa via, dovrà probabilmente
programmare una nuova propaganda mostrando il lato buono dei Talebani.
Ma essi hanno una mentalità arretrata: hanno distrutto i templi
buddisti per instaurare la rivoluzione islamica, hanno posizioni
primitive riguardo al ruolo della donna e una visione del mondo
arcaica. Dall’altro lato, per ottenere il sostegno della popolazione,
hanno anche imparato dai loro errori. Ho parlato prima della
coltivazione del papavero. Un altro esempio: contrariamente a quello
che avevano sostenuto in passato, i Talebani si dichiarano oggi
d’accordo al fatto che le ragazze possano frequentare la scuola. Si
sono evoluti e adesso sono più forti per resistere. Ma questo non
vuole necessariamente dire che si dimostreranno aperti a negoziare con
gli USA. Infine, dovete sapere che, ormai, il grosso della crisi non è
più in Afghanistan, ma in Pakistan.

Perché la guerra afgana ha provocato una tale crisi in Pakistan?

Come ho già detto, la linea tracciata da Durand nel territorio storico
dei Pashtun è l’attuale frontiera che separa i due paesi. Questo vuol
dire che ci sono Pashtun da un lato e dall’altro della frontiera. In
Pakistan, essi sono il secondo gruppo etnico dopo i Punjabi. Questo è
molto importante poiché l’élite pakistana, dopo l’indipendenza del
paese, ha sempre sostenuto l’imperialismo statunitense. Si può
lavorare per un padrone anche come agenti a distanza, in Sud America o
in Africa ad esempio. Ma nel caso della guerra in Afghanistan, è un
suicidio perché i due paesi sono vicini e condividono i gruppi etnici.

Ci sono anche dei Talebani nel nord del Pakistan. Ogni giorno,
attaccano e distruggono i rifornimenti delle forze di coalizione che
cercano di entrare dal Pakistan in Afghanistan da un punto strategico
della frontiera. Per risolvere questo problema, il governo pakistano,
fantoccio di Washington, autorizza la NATO a bombardare i Pashtun sul
proprio territorio. Di conseguenza, i Talebani pakistani si sono
organizzati e credono che il loro nemico si trovi in Pakistan. Hanno
dichiarato di voler marciare verso Islamabad.

È per questo che la frontiera tra i due paesi non ha più senso. E il
popolo pakistano deve affrontare il problema: dove risiede la
legittimità del governo se permette alla NATO di bombardare i civili?
Il popolo pakistano ha a sua disposizione due soluzioni: diventare
nazionalista e rifiutare il diktat statunitense oppure continuare su
questa strada che porta alla scomparsa del paese.

Quali potranno essere le conseguenze di questa crisi?

La chiave, è la strategia degli USA per bloccare la Cina. Quando si è
scatenato lo tsunami, Washington ha inviato un importante aiuto
umanitario in Indonesia, approfittandone per costruire una base
militare nella provincia di Aceh. Questa base occupa lo stretto di
Malacca ed è per questo stretto che passa il petrolio proveniente
dall’oceano Indiano diretto verso la Cina.

Oggi, gli Stati Uniti si sono installati in questo punto strategico.
Al minimo problema con la Cina, saranno in grado di chiudere lo
stretto e privare Pechino del petrolio. Tenendo conto di questa
situazione, il gigante asiatico, che ha sempre più bisogno di petrolio
per lo sviluppo del paese, cerca altre vie di rifornimento. Una delle
soluzioni è la Birmania, che possiede delle risorse e apre l’accesso
al Bangladesh.

Un’altra possibilità, è il porto di Gwandar, costruito dalla Cina in
Baluchistan che è la più grande provincia del Pakistan: rappresenta
circa il 48% della superficie del paese. Ma è anche la provincia meno
popolosa: ospita il 5% della popolazione totale. Questa provincia ha
importanti riserve di gas e di petrolio. Pechino potrebbe anche
costruire un oleodotto partendo dall’Iran, passando per il Baluchistan
fino alla Cina occidentale. Gli USA, però, vogliono assolutamente
impedire che questa provincia passi sotto l’influenza cinese. Si
capisce, perciò, il sostegno statunitense al movimento separatista del
Baluchistan, finalizzato ad ottenere il controllo del porto di
Gwandar.

Con il problema dei Pashtun e la possibile secessione della sua più
grande provincia il Pakistan rischia la balcanizzazione: la divisione
in una serie di piccoli stati. Oggi, il popolo pachistano è più
guardingo. È suo il dovere di fermare questo disastro e di mandar via
gli Stati Uniti dal Pakistan, ma la responsabilità ricade anche su
tutti i movimenti democratici rivoluzionari della regione. Infatti, se
il Pakistan subirà la stessa sorte della Jugoslavia, tutta l’area si
troverà ad affrontare gravi problemi.


Mohamed Hassan raccomanda la lettura dei seguenti testi:

- Ahmed Rashid, Taliban. Militant Islam, Oil and Fundamentalism in
Central Asia, Yale University Press, 2001 (existe en français: Ahmed
Rashid, L’ombre des Talibans, Autrement, 2001)

- Antonio Giustozzi, War, Politics and Society in Afghanistan,
1978-1992, Georgetown University Press, 2000

- Alfred W. McCoy, The Politics of Heroin in Southeast Asia. CIA
complicity in the global drug trade, Harper & Row, 1972 (existe en
français: Alfred W. McCoy, La politique de l'héroïne l'implication de
la CIA dans le trafic de drogues, Ed. du Lézard, 1998)

- Michel Collon, Media Lies and the Conquest of Kosovo, Unwritten
History, 2007 (existe en français: Michel Collon, Monopoly, L’Otan à
la conquête du monde, EPO, 2000)


http://www.resistenze.org/sito/te/pe/im/peim9f17-005247.htm

17 giugno, 2009

Silvio Berlusconi, quotidiano stillicidio di notizie

Ogni giorno non mancano notizie relative al Presidente del Consiglio. Non sono uno di quelli che, a priori, ama o odia Silvio Berlusconi e, quando e’ stato eletto, ho sperato che svolgesse al meglio il suo ruolo per il bene del Paese.
Le continue notizie di questi ultimi mesi rappresentano un fattore di profonda destabilizzazione e indebolimento dell’immagine del leader, il quale pensa che ignorando il problema lo stesso possa risolversi.
I suoi seguaci, poiche’ non mi pare che da quel lato politico ci siano persone pensanti capaci di produrre un loro autonomo pensiero sulle vicende del loro Capo, affermano che si tratta di menzogne prodotte dagli avversari politici del Premier.
In ogni caso il ruolo di Presidente del Consiglio dei Ministri imporrebbe a chiunque lo ricopri condotte morali ed etiche irreprensibili, a parte di rendere conto dei propri comportamenti alla pubblica opinione.
Non entro nel merito di cio’ che viene detto o fatto capire, noto, comunque, che e’ in atto una lotta per il potere, che non passa , ancora una volta, per le vie normali e trasparenti del funzionamento normale di una democrazia, perche’ se tutto quello che e’ vomitato addosso al Premier fosse falso, saremmo, se possibile, in un contesto ancora piu’ grave.
Pia e’ stata la mia illusione che, di fronte alla grave crisi economica mondiale, le parti politiche potessero trovare un minimo comune denominatore di collaborazione per il bene del Paese,.
Purtroppo’ ognuno e’ impegnato a coltivare il proprio orticello e se ne infischia di qualsiasi altra cosa.


07 giugno, 2009

Primavera di cultura a San Cosmo Albanese

Importante appuntamento culturale i prossimi 19 e
20 giugno 2009 a San Cosmo Albanese, bellissimo centro in provincia di Cosenza.
 Il 19: Inaugurazione della sede della
Fondazione De Rada, del
Museo delle Icone e del Percorso serembiano. Il 20:
Inaugurazione della Casa
della Cultura, di una mostra fotografica e dell’
esposizione di 53 incisioni di
Shpend Bengu sulla vita del De Rada. A
seguire, presentazione del volume di
Lucia Nadin “Gli Albanesi a Venezia”.


Piccolo centro italo-albanese che sorge sul versante settentrionale della Sila Greca e sul margine meridionale della piana di Sibari, tra le valli dei torrenti Sabatino e Pisciacane. L’etimologia della denominazione è incerta, forse San Cosmo si riferisce ad un personaggio storico importante, un condottiero della città di Stura in Albania che guidò gli Albanesi sino al territorio per occuparlo, ma certamente si è a conoscenza di una bolla papale del 1089 che parla di un monastero basiliano dedicato ai SS. Cosmo e Damiano. Fu nel XV secolo che gli albanesi profughi si stanziarono nelle vicinanze di questo monastero e più tardi, nel XVII secolo attorno alla parrocchia dei SS. Pietro e Paolo. Il borgo dell’abitato è organizzato su un impianto urbanistico con pianta piuttosto allungata, una sorta di corso con pavimento lastricato e terminante con la chiesa parrocchiale che divide il paese in due e sulla quale si ergono edifici storici di grande importanza per il paese. Ovviamente la parte più antica dell’abitato ha un impianto tipicamente arbëresh costituito da vicinati e vicoli stretti decorato da archi e archetti in pietra. Anche questo centro albanese conserva tradizioni tipiche di queste comunità di minoranza etnica.

06 giugno, 2009

Lo sbarco in Normandia.

.
Sessantacinque anni fa ci fu lo sbarco in Normandia.
Doveroso non dimenticare il sacrificio di migliaia di giovani soldati, ai quali va il mio pensiero e il mio perenne ringraziamento per aver dato la vita affinche' non prevalesse la nefasta forza del Terzo Reich.
Si visiti il sito http://www.ildday.it/ per conoscere tutti i particolari di una giornata fondamentali per il destino dell' intera umanita.


Soldati, Marinai e Aviatori del Corpo di Spedizione Alleato.
State per imbarcarvi per la Grande Crociata verso la quale hanno teso tutti i nostri sforzi per lunghi mesi.

' Gli occhi del mondo sono fissi su di voi. Le speranze e le preghiere di tutti i popoli che amano la libertà vi accompagnano.
Insieme ai nostri valorosi Alleati e ai nostri fratelli d’arme degli altri fronti distruggerete la macchina da guerra tedesca, annienterete il giogo della tirannia che i nazisti esercitano sui popoli d’Europa e vi assicurerete un mondo libero.
Il vostro compito non sarà facile. Il vostro nemico è ben addestrato, ben equipaggiato e duro nel combattimento.
Ma siamo nel 1944!
Molte cose sono cambiate dai trionfi nazisti degli anni 1940-41. Le Nazioni Unite hanno inflitto grandi sconfitte ai tedeschi, in combattimenti uomo contro uomo. La nostra offensiva aerea ha seriamente diminuito la loro capacità di fare la guerra, sulla terra e nell’aria.
Il nostro sforzo bellico ci ha dato una superiorità eclatante in armi e in munizioni, e ha messo a nostra disposizione importanti riserve di uomini ben addestrati.
La fortuna della battaglia è cambiata!
Gli uomini liberi del mondo marciano insieme verso la Vittoria!
Ho totale fiducia nel vostro coraggio, nella vostra devozione e nella vostra competenza in battaglia.
Non accetteremo altro che la Vittoria totale!
Buona fortuna!
Imploriamo la benedizione dell’Onnipotente su questa grande e nobile impresa.

Dwight Eisenhoover

Comandante Supremo
Corpo di spedizione alleato

04 giugno, 2009

Storico discorso di Barack Obama - Testo integrale.


A volte in mezzo alla spazzatura presente nei media di tutti i giorni, la Storia irrompe con alcuni flash significativi.
Queesto e' un esempio significativo.
La speranza che una nuova era possa essere possibile, comincia a farsi concreta.
Speriamo bene!

Sono onorato di essere nella città senza tempo del Cairo e di essere ospite di
due importanti istituzioni. Per oltre un millennio Al-Azhar è stato un faro per la cultura araba e da più di un secolo l’università del Cairo è stata la fonte dello sviluppo dell’Egitto. Voi, insieme, rappresentate l’armonia tra progresso e tradizione e sono grato della vostra ospitalità, come dell’accoglienza del popolo egiziano. Sono fiero di essere il portavoce della buona volontà del popolo americano e di portare un saluto di pace dalle comunità musulmane del mio paese: assalaamu alaykum.

Il nostro incontro si svolge in un momento di tensione tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo, una tensione che affonda le proprie radici in ragioni storiche che vanno al di là del dibattito politico attuale.
Le relazioni tra l’Islam e l’Occidente sono fatte di coesistenza e cooperazione, ma anche di conflitto e di guerre di religione; in tempi più recenti la tensione è stata alimentata da un colonialismo che negava i diritti e le opportunità di molti musulmani e da una Guerra Fredda durante la quale i paesi a maggioranza musulmana sono stati spesso trattati come spettatori privi del diritto di parola, senza rispetto per le loro aspirazioni.

La modernizzazione e la globalizzazione, inoltre, hanno portato cambiamenti così radicali da spingere molti musulmani a vedere nell’Occidente un’entità ostile alle tradizioni dell’Islam. Queste tensioni sono state sfruttate da violenti estremisti per strumentalizzare un piccolo, ma potente numero di musulmani.

Gli attacchi dell’11 settembre e i successivi tentativi di violenza contro la popolazione civile ha indotto alcuni Paesi a vedere nell’Islam un nemico irriducibile non solo per gli Usa e le altre nazioni occidentali, ma addirittura per i diritti umani.

Tutto ciò ha alimentato la paura e la sfiducia. Fino a che il nostro rapporto verrà definito solamente in base alle nostre differenze renderemo sempre più potente chi semina odio, invece di pace, chi ricerca i conflitti, invece della cooperazione che è necessaria perché tutti i popoli possano avere giustizia e prosperità.

Per questo motivo deve essere spezzata la catena di sospetti e inimicizia. Sono qui per cercare d’inaugurare una nuova epoca nei rapporti tra Stati Uniti e i musulmani in tutto il mondo, un rapporto basato sul mutuo rispetto e su un interesse reciproco, fondato – soprattutto – sull’idea che Usa e Islam non siano incompatibili e non debbano per forza essere in competizione. Si sovrappongono, invece, condividendo principi comuni di giustizia, progresso, tolleranza e dignità per tutti gli esseri umani.

Cerco una nuova base per il nostro rapporto anche se so che il cambiamento non potrà avvenire improvvisamente, nessun discorso – da solo – può sradicare anni di sfiducia né posso rispondere oggi a tutte le complesse questioni che ci hanno portati fino a qui.

Tuttavia sono convinto che per andare avanti sia necessario parlare apertamente di ciò che ci sta a cuore e che, troppo spesso, viene nascosto e taciuto. Ci dovranno essere sforzi da parte di entrambi, per ascoltare e per imparare dall’altro, per rispettarci a vicenda e, infine, per cercare un terreno comune su cui basare il nostro rapporto.

Come il sacro Corano ci esorta, “Sii consapevole di Dio e di’ sempre la verità”. Questo è proprio quel che tenterò: fare del mio meglio nel dire la verità, con l’umiltà che è necessaria per affrontare la sfida che ci attende, fermo nella convinzione che gli interessi che ci uniscono in quanto esseri umani siano molto più potenti delle forze che ci dividono.

Questa convinzione è basata, in parte, sulla mia esperienza personale.

Sono cristiano, ma mio padre proveniva da una famiglia keniota che contava generazioni di musulmani e, da ragazzo, ho passato diversi anni in Indonesia e ho ascoltato la chiamata dell’adhan [la chiamata alla preghiera effettuata tradizionalmente dal muezzin sul minareto, n.d.T.] all’alba e al tramonto. Quando, da giovane, ho lavorato nelle comunità di Chicago, ho conosciuto molte persone che avevano trovato dignità e pace nella fede musulmana.

Durante gli studi di storia ho compreso il debito che la cultura ha nei confronti dell’Islam. E’ stato proprio l’Islam, in luoghi come l’università di Al-Azhar, a far avanzare la luce della cultura attraverso i secoli, aprendo la strada per il Rinascimento e l’Illuminismo europei. L’innovazione all’interno delle comunità musulmane ha permesso lo sviluppo dell’algebra, l’invenzione della bussola magnetica e di altri strumenti di navigazione, le tecniche di scrittura e stampa, la comprensione dei motivi e dei mezzi di diffusione delle malattie e la scoperta delle cure. La cultura islamica ci ha donato archi maestosi e guglie svettanti, poesia immortale e musica preziosa, la grafia elegante e luoghi pacifici e magnifici.

Lungo il corso della storia, infine, l’Islam ha dimostrato, con le parole e con i fatti, la possibilità di vivere attraverso la tolleranza religiosa e l’eguaglianza razziale. Sono anche consapevole che l’Islam ha fatto parte, da sempre, della storia degli Stati Uniti. Il Marocco è stata la prima Nazione a riconoscere il mio paese e, firmando il Trattato di Tripoli del 1796, il nostro secondo Presidente John Adams scrisse: “Gli Stati Uniti non hanno alcun motivo di inimicizia per le leggi, la religione o la tranquillità dei musulmani”.

A partire dalla fondazione, i musulmani americani hanno arricchito gli Stati Uniti, hanno combattuto le nostre guerre, hanno servito il nostro Governo, si sono erti a difesa dei diritti civili, hanno fondato imprese, insegnato nelle nostre università e ottenuto risultati eccezionali nello sport, sono stati insigniti del Premio Nobel, hanno costruito i nostri edifici più alti e acceso la torcia olimpica.

Quando, recentemente, il primo americano di religione musulmana è stato eletto membro del Congresso, ha giurato di servire la nostra Costituzione usando il Sacro Corano che uno dei nostri Padri Fondatori – Thomas Jefferson – teneva nella sua biblioteca personale. Ho conosciuto l’Islam in tre diversi continenti prima di visitare la regione dove è stato rivelato e quelle esperienze sostengono la mia convinzione che un rapporto tra America e Islam debba essere basato su ciò che l’Islam è, non su ciò che non è.

Considero dunque parte della mia responsabilità come Presidente degli Stati Uniti lottare contro gli stereotipi negativi sull’Islam, ovunque essi appaiano. Lo stesso principio deve essere usato dai musulmani per valutare la propria percezione degli Stati Uniti. I musulmani non possono essere descritti da un rozzo stereotipo, allo stesso modo la natura e l’identità degli Stati Uniti non corrispondono alla grezza immagine di un impero egoista.

Gli Stati Uniti sono stati una delle più importanti culle del progresso che il mondo abbia mai conosciuto. Siamo nati grazie alla rivoluzione contro un impero, siamo stati fondati in nome dell’ideale che tutti gli uomini siano stati creati uguali e abbiamo sparso il nostro sangue e lottato per secoli al fine di dare significato a queste parole, all’interno dei nostri confini come nel resto del mondo.

Siamo stati formati da tutte le culture, siamo giunti da ogni angolo della terra e ci siamo dedicati a un semplice ideale: ex pluribus unum: “Da molti, uno solo”. Sono state spese molte parole sul fatto che un afro-americano di nome Barack Hussein Obama potesse essere eletto Presidente, ma la mia storia personale non è unica in questo senso. Il sogno di una possibilità per tutti non diventa realtà per ciascuno in America, ma questa promessa esiste per tutti quelli che arrivano sulle nostre rive e ciò comprende i quasi 7 milioni di americani musulmani che oggi, nel nostro paese, godono di redditi e livelli di istruzione al di sopra della media.

Negli Stati Uniti la libertà è inscindibile dalla libertà di professare la propria religione, questo è il motivo della presenza di una moschea in ogni Stato dell’Unione e di più di 1200 moschee all’interno dei nostri confini. Questa è, inoltre, la ragione per cui il governo degli Stati Uniti ha combattuto in tribunale per il diritto delle donne e delle ragazze di indossare lo hijab e per punire che negava questo diritto. Non ci sia dunque alcun dubbio: l’Islam è parte degli Stati Uniti e io credo che l’America abbia, dentro di sé, la coscienza che tutti noi, senza distinzione di religione o razza, condividiamo le stesse aspirazioni: quella di vivere sicuri e in pace, di avere un’istruzione e di poter lavorare con dignità, di amare la nostra famiglia, la nostra comunità e il nostro Dio. Questo è ciò che condividiamo, questa è la speranza per tutta l’umanità.


Il riconoscimento della nostra comune umanità è certamente solo il punto di partenza della nostra missione, le parole da sole non possono appagare i bisogni delle nostre genti, ma queste necessità potranno essere soddisfatte solo se agiremo coraggiosamente negli anni a venire e se capiremo che le sfide che ci si presenteranno sono sfide comuni e che un fallimento danneggerebbe tutti noi. Abbiamo imparato dall’esperienza di questi ultimi mesi che quando un sistema finanziario di indebolisce in un Paese, la prosperità di tutti è in pericolo. Quando una nuova influenza infetta un essere umano, tutti siamo a rischio. Quando una Nazione cerca di ottenere gli armamenti nucleari, il rischio di un attacco cresce per ogni Paese. Quando estremisti violenti agiscono in una zona di montagna, ci sono persone in pericolo dall’altra parte dell’oceano. Infine, quando vengono uccise persone innocenti in Bosnia e Darfur, si macchia la nostra coscienza collettiva.

Questo è il vero significato di condividere il mondo nel 21° secolo e questa è la responsabilità che ciascuno di noi ha verso gli altri esseri umani. E’ certamente una responsabilità difficile da accettare, anche perché la storia umana è un susseguirsi di Nazioni e tribù in lotta tra di loro per il perseguimento dei propri interessi. E tuttavia, in questa nuova epoca, tali abitudini sono dannose per ciascuno.

Ogni ordine mondiale che veda una Nazione, o un gruppo di persone, al di sopra degli altri è inevitabilmente destinato al fallimento, considerando il grado di interdipendenza tra di noi; questo significa che quando riflettiamo sul passato non dobbiamo diventarne prigionieri. I nostri problemi devono essere affrontati con la cooperazione, il progresso deve essere condiviso. Ciò non vuol dire che sia necessario ignorare le fonti della tensione, anzi, suggerisce esattamente il contrario: dobbiamo affrontare i contrasti in modo diretto. In quest’ottica permettetemi di parlare il più chiaramente e semplicemente possibile a proposito di alcune delle questioni che – credo – dobbiamo affrontare insieme.

La prima problematica che dev’essere fronteggiata è quella dell’estremismo violento in ogni sua forma. Ad Ankara ho affermato con chiarezza che gli Stati Uniti non sono, né saranno mai, in guerra con l’Islam. La nostra opposizione sarà sempre rivolta, incessantemente, contro gli estremisti violenti che costituiscono un grave pericolo per la nostra sicurezza e questo perché noi rifiutiamo ciò che viene rigettato da tutte le fedi del mondi: l’uccisione di uomini, donne e bambini innocenti. Ed è il mio primo dovere come Presidente degli Stati Uniti quello di proteggere il popolo americano.

La situazione in Afghanistan dimostra la correttezza degli obiettivi americani e il bisogno di lavorare insieme verso di essi. Più di sette anni fa, gli Stati Uniti iniziarono a perseguire al Qaeda e i Talebani ricevendo un vasto supporto dalla comunità internazionale, non ci siamo impegnati in questa lotta per nostra volontà, ma per necessità.

Sono consapevole dell’esistenza di chi mette in dubbio, o giustifica, gli eventi dell’11 settembre, ma vorrei che fosse chiaro: al Qaeda uccise quasi 3000 persone quel giorno. Le vittime erano uomini, donne e bambini innocenti, americani e di altre nazionalità, che non avevano fatto nulla a nessuno e tuttavia al Qaeda scelse di assassinare queste persone senza pietà, di rivendicare l’attacco e ancora oggi dichiara la propria volontà di uccidere su vastissima scala.

Al Qaeda ha affiliati in molti Paesi e sta cercando di espandere la propria influenza, queste non sono opinioni oggetto di discussione: sono fatti che devono essere affrontati. Non ingannatevi: non vogliamo tenere le nostre truppe in Afghanistan, non vogliamo avere là delle basi militari permanenti e per l’America è un’agonia perdere i nostri giovani uomini e le nostre giovani donne. Continuare questo conflitto ha un costo politico ed economico difficile da sostenere e saremmo felici di poter far rientrare a casa ognuno dei nostri soldati, se fossimo sicuri che in Afghanistan e Pakistan non vi siano estremisti violenti determinati a uccidere quanti più americani possibile. La situazione, però, non è questa.

Questa è la ragione della nostra alleanza con 46 Paesi e, nonostante i costi, l’impegno dell’America non s’indebolirà. Anzi. Nessuno di noi dovrebbe tollerare questi estremisti, che hanno ucciso in molte Nazioni, hanno ucciso persone di fedi diverse e – più di ogni altre – persone di fede musulmana.

Le loro azioni sono inconciliabili con i diritti degli essere umani, il progresso delle Nazioni e con l’Islam. Il sacro Corano insegna che uccidere un innocente equivale a uccidere tutta l’umanità, mentre salvare un innocente è come salvare l’umanità intera. La fede di più di un miliardo di persone è enormemente più grande dell’odio cieco di pochi.

L’Islam non è parte del problema nella lotta all’estremismo violento, ma una componente importante nella promozione della pace. Siamo consapevoli che il solo intervento militare non è sufficiente a risolvere i problemi in Afghanistan e Pakistan, per questo stiamo progettando di investire 1,5 miliardi di dollari ogni anno, per 5 anni, per lavorare in collaborazione con i pakistani alla costruzione di scuole e ospedali, strade e imprese, oltre a investire centinaia di migliaia di dollari per aiutare chi si è dovuto spostare dai propri luoghi d’origine.

Per questo motivo finanziamo con 2,8 miliardi di dollari i progetti degli afghani per lo sviluppo della propria economia e per la fornitura dei servizi essenziali alla vita. Permettetemi anche di affrontare la questione dell’Iraq. Al contrario del conflitto in Afghanistan, abbiamo scelto di iniziare la guerra in Iraq e questa scelta ha causato forti contrasti nel mio Paese e in tutto il mondo. Anche se sono convinto che, per il popolo iracheno, sia positivo il fatto di essersi liberato della tirannia di Saddam Hussein, credo anche fermamente che gli eventi in Iraq abbiano ricordato agli Stati Uniti la necessità di impegnarsi diplomaticamente e di costruire un consenso internazionale, quando possibile, al fine di risolvere i contrasti.

Possiamo ricordare le parole di Thomas Jefferson che disse: “Spero che la nostra saggezza cresca con il nostro potere e ci insegni che meno useremo questo potere maggiore sarà la nostra grandezza”. Oggi gli Stati Uniti hanno una doppia responsabilità: quella di aiutare l’Iraq a plasmare un futuro migliore e quella di lasciare l’Iraq agli iracheni. Ho detto chiaramente alla popolazione dell’Iraq che non vogliamo istituire nessuna base militare, che non avanziamo alcuna pretesa sui loro territori e sulle loro risorse.

La sovranità dell’Iraq appartiene all’Iraq ed è per questo che ho ordinato il rientro delle unità da combattimento entro agosto. Onoreremo i nostri impegni con il governo iracheno democraticamente eletto di rimuovere le unità di combattimento dalle città entro luglio e di far rientrare tutte le nostre truppe dall’Iraq entro il 2012. Collaboreremo all’addestramento delle forze di sicurezza del Paese e allo sviluppo della sua economia, ma sosterremo un Iraq sicuro e unito in veste di partner, non ci comporteremo come padroni.

Infine, l’America non potrà mai tollerare la violenza degli estremisti e, allo stesso modo, non dovremmo mai modificare i nostri principi. L’11 settembre è stato un trauma terribile per il nostro Paese e ha comprensibilmente causato rabbia e paura, ma in alcuni casi ci ha condotti ad agire in violazione dei nostri ideali. Ci stiamo concretamente impegnando a cambiare corso, ho proibito, senza possibilità di eccezione, l’uso della tortura da parte degli Stati Uniti e ho ordinato la chiusura della prigione di Guantanamo entro il prossimo anno. In questo modo l’America si potrà difendere, rispettando però la sovranità delle Nazioni e la guida della legge. Agiremo in collaborazione con le comunità musulmane che, come noi, vengono minacciate e prima gli estremisti si troveranno isolati e sgraditi all’interno delle comunità musulmane, prima tutti noi potremo essere più sicuri. La seconda maggiore fonte di tensione internazionale che vorrei discutere con voi è la situazione tra Israele, i palestinesi e il mondo arabo.

I legami tra Stati Uniti e Israele sono ben noti, questo legame non si può spezzare perché è basato su vincoli storici e culturali e sul riconoscimento che l’aspirazione per una patria ebraica affondi le proprie radici in un passato tragico che non può essere negato. Il popolo ebreo ha subito persecuzioni nel corso dei secoli e in tutto il mondo e, in Europa, l’anti-semitismo è culminato in un Olocausto senza precedenti.

Domani visiterò Buchenwald, che faceva parte di un sistema di campi di concentramento dove gli ebrei venivano schiavizzati, torturati, fucilati, uccisi con il gas per mano del Terzo Reich. Furono uccisi 6 milioni di ebrei, più dell’attuale popolazione di Israele e negare questo fatto è una posizione senza fondamento, ignorante e odiosa. Minacciare di distruggere Israele o perpetuare i vili stereotipi sugli ebrei è profondamente sbagliato, ha l’effetto di evocare nelle menti degli israeliani il più doloroso dei ricordi e, allo stesso tempo, di impedire la pace che le popolazioni di quella regione si meritano.

D’altro canto è innegabile che la popolazione palestinese – sia musulmana che cristiana – abbia sofferto nella ricerca di una patria. Per più di 60 anni hanno sopportato il dolore dell’essere profughi, molti attendono nei campi per rifugiati della Cisgiordania, di Gaza e delle regioni vicine la vita di pace e sicurezza che non hanno mai potuto condurre.

I palestinesi devono sopportare le grandi e piccole umiliazioni quotidiane causate dall’occupazione. Sia dunque chiaro che la situazione della popolazione palestinese è intollerabile, l’America non ignorerà le legittime aspirazioni dei palestinesi di dignità, opportunità future e di un proprio Stato. Per decenni siamo rimasti in una situazione di stallo: due popoli con aspirazioni legittime, entrambi con una storia dolorosa alle spalle che rende difficile il compromesso. E’ facile puntare il dito – i palestinesi denunciano gli spostamenti di popolazione causati dalla fondazione dello stato di Israele e gli Israeliani lamentano gli attacchi e la costante ostilità che hanno dovuto affrontare nel corso della loro storia sia all’interno che all’esterno dei propri confini. Tuttavia, se osserviamo il conflitto da uno solo dei due punti di vista non riusciremo a riconoscere la verità: l’unica soluzione è che le aspirazioni di entrambi i popoli vengano soddisfatte con la creazione di due Stati dove sia israeliani che palestinesi possano vivere in pace e sicurezza.

Questa soluzione è nell’interesse di Israele, dei palestinesi, degli Stati Uniti e del mondo intero e per questa ragione ho intenzione di impegnarmi personalmente per raggiungere quest’obiettivo, impiegando tutta la pazienza che sarà necessaria. Gli impegni sottoscritti dalle due parti nella Road Map sono chiari e affinché ci sia pace è tempo per loro di dimostrarsi all’altezza delle proprie responsabilità. I palestinesi devono abbandonare ogni forma di violenza, perché resistere attraverso la violenza e l’omicidio è sbagliato e non porta al successo.

La popolazione nera degli Stati Uniti ha, per secoli, sofferto per le frustate ricevute durante la schiavitù e per l’umiliazione della segregazione, ma non è stata la violenza a permettere di ottenere una piena uguaglianza di diritti. E’ stata, al contrario, la pacifica e determinata insistenza sugli ideali centrali nella fondazione degli Stati Uniti. La stessa cosa può essere detta per il Sudafrica e il Sud Est asiatico, per l’Europa dell’Est e l’Indonesia. La semplice verità è che la violenza è un vicolo cieco, non è potere né coraggio lanciare dei razzi contro bambini che dormono, né far esplodere vecchie signore che viaggiano su un autobus. Non è così che si rivendica l’autorità morale, in questo modo – al contrario – la si abbandona.

Per i palestinesi è giunto il momento di concentrarsi su ciò che possono costruire, l’Autorità palestinese deve sviluppare una capacità di governo, creare istituzioni che siano al servizio dei bisogni delle sua gente. Hamas ha il supporto di una parte dei palestinesi, ma ha anche delle responsabilità: quella di contribuire a soddisfare le aspirazioni dei palestinesi e quella di unificare il popolo. Per questo deve abbandonare la violenza, riconoscere gli accordi stipulati in passato e il diritto di Israele all’esistenza.

Israele deve, allo stesso tempo, riconoscere che tanto quanto non può essere negato il suo diritto all’esistenza, allo stesso modo non può essere negato quello della Palestina. Gli Stati Uniti non riconoscono la legittimità dei continuati insediamenti israeliani perché questo viola gli accordi precedenti e indebolisce gli sforzi per raggiungere la pace. Questo è il momento di fermare gli insediamenti. Israele deve dimostrarsi all’altezza delle proprie responsabilità affinché i palestinesi possano vivere, lavorare e sviluppare la propria società. La crisi umanitaria di Gaza, infatti, devasta le famiglie palestinesi, ma è anche una minaccia per la sicurezza di Israele, come lo è anche la mancanza di possibilità per il futuro della popolazione che vive in Cisgiordania. Il progresso nella vita quotidiana della popolazione palestinese deve essere necessariamente una componente del cammino di pace e Israele deve agire concretamente per permettere tutto questo.

Gli Stati Arabi, infine, devono riconoscere che il Summit della Lega Araba è stato un inizio importante, ma che non può costituire la fine delle loro responsabilità. Il conflitto arabo-israeliano non dev’essere più utilizzato per distrarre le popolazioni delle Nazioni arabe da altri problemi, dev’essere invece un motivo di intervento a favore dello sviluppo delle istituzioni palestinesi che siano in grado di gestire uno Stato, un motivo per riconoscere la legittimità dello Stato di Israele e, ancora, per scegliere il progresso piuttosto di concentrarsi sul passato.

Gli Stati Uniti collaboreranno con chi vuole raggiungere la pace e renderanno pubbliche le proposte e le discussione fatte con gli Israeliani, i palestinesi e i rappresentanti degli Stati arabi. Non possiamo imporre la pace, ma – in privato – molti musulmani riconoscono il fatto che Israele non scomparirà e, allo stesso modo, molti israeliani riconoscono la necessità di uno Stato palestinese. E’ giunto il momento di agire per raggiungere ciò che tutti sanno essere vero. Sono state sparse troppe lacrime. Troppo sangue è stato versato.

La responsabilità di lavorare per il giorno in cui le madri israeliane e palestinesi potranno vedere i loro figli crescere assieme è nostra; è nostro l’impegno per far diventare la Terra Santa per tre grandi religioni il luogo di pace che dovrebbe essere; è nostro anche il dovere di rendere per molto tempo Gerusalemme una casa sicura per ebrei, cristiani e musulmani e un luogo in cui tutti i figli di Abramo possano ritrovarsi pacificamente come nella storia di Isra, in cui Mosé, Gesù e Maometto, che la pace sia con loro, erano uniti in preghiera.

La terza fonte di tensione è il nostro comune interesse nel diritto e nella responsabilità delle Nazioni in materia di armamenti nucleari. E’ una questione che è stata causa di tensioni tra gli Stati Uniti e l’Iran, per molti anni l’Iran ha parzialmente definito la propria identità in opposizione al mio Paese e certamente la storia delle nostre relazioni è tumultuosa.

Durante gli anni della Guerra Fredda gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nel rovesciamento del governo iraniano democraticamente eletto e dalla Rivoluzione islamica in poi l’Iran ha partecipato agli atti di violenza e ai rapimento subiti dalle truppe e dai civili americani. Conosciamo bene la storia, ma invece di rimanere intrappolato nel passato ho reso chiaro ai leader e al popolo dell’Iran che il mio Paese è pronto ad andare avanti, la domanda ora non è contro cosa di opponga l’Iran, ma quale futuro voglia costruire.

Sarà difficile superare decenni di sfiducia, ma procederemo con coraggio, rettitudine e decisione. Ci saranno molte questioni da discutere tra di noi e siamo decisi a muoversi senza farci influenzare da preconcetti, ma piuttosto sulla base del rispetto reciproco, anche se è chiaro a tutti che per quanto riguarda gli armamenti nucleari abbiamo raggiunto un momento decisivo.

E’ qualcosa che non riguarda solamente gli interessi degli Stati Uniti, ma è volto alla prevenzione di una corsa agli armamenti nucleari nel Medio Oriente che potrebbe portare la regione e il mondo intero lungo un sentiero pericoloso. Capisco le ragioni di chi denuncia il fatto che alcuni Paesi posseggano armamenti nucleari e altri no, non credo neanche che una sola Nazione dovrebbe avere il potere di scegliere e selezionare chi può e chi non può possedere armi nucleari.

Per questa ragione ho riaffermato fortemente l’impegno degli Stati Uniti per un mondo senza armi atomiche e credo che ogni Nazione – incluso l’Iran – debba avere accesso all’energia atomica da utilizzare per scopi pacifici, se sottoscrive l’impegno del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare.

Quest’impegno è il nucleo del Trattato stesso e ogni Paese è tenuto a rispettarlo, spero che tutte le Nazione della regione possano condividere questo obiettivo. Il quarto argomento di cui vi parlerò è la democrazia. Sono consapevole della controversia degli ultimi anni a proposito della diffusione della democrazia e del fatto che molte delle ragioni alla base di queste discussioni siano legate alla guerra in Iraq.

Permettetemi di essere chiaro su questo punto: nessun sistema di governo può o dovrebbe essere imposto da una Nazione a un’altra. Tuttavia questo non diminuisce il mio impegno a favore di governi che riflettano la volontà delle popolazioni, ogni Nazione dà vita a questo principio in modo diverso, secondo le tradizioni del proprio popolo e gli Stati Uniti non hanno la presunzione di sapere ciò che è meglio per ognuno, come non presumiamo di poter scegliere il risultato di una elezione pacifica.

Io ho, però, un’incrollabile convinzione nel desiderio di tutti i popoli per alcune cose: la possibilità di esprimersi liberamente e di avere la libertà di scegliere il modo in cui essere governati; la fiducia nel governo della legge e in un’amministrazione equa della giustizia; un governo trasparente e che non rubi al proprio popolo; la libertà di vivere secondo le proprie scelte. Queste idee non sono proprie solamente degli americani, sono diritti dell’uomo e sono quello che sosterremo per tutti i popoli.

Quest’ultimo punto è importante perché c’è chi difende la democrazia solamente quando non detiene il potere e, una volta che l’ha ottenuto, sopprime i diritti degli altri senza alcuna pietà. In ogni luogo e in ogni caso il governo del popolo e per il popolo definisce una linea di condotta per tutti coloro che sono al potere: il mantenimento del potere deve avvenire attraverso il consenso, non la coercizione; l’interesse del popolo e il corretto funzionamento del processo politico devono essere posti al di sopra del proprio partito. Le elezioni da sole, senza queste componenti, non possono portare alla vera democrazia.

La quinta problematica che dobbiamo affrontare insieme è quella della libertà religiosa. L’Islam ha una fiera tradizione di tolleranza, come possiamo riscontrare nella storia dell’Andalusia e di Cordoba durante il periodo dell’Inquisizione. Io stesso l’ho potuto constatare durante la mia infanzia in Indonesia, dove devoti cristiani potevano esercitare liberamente la propria fede in un Paese a schiacciante maggioranza musulmana. E’ questo lo spirito di cui abbiamo bisogno oggi; in ogni Paese le persone dovrebbero essere libere di scegliere e vivere la propria fede con mente, cuore e anima.

La tolleranza è essenziale per la prosperità delle religioni, ma viene minacciata in molti modi. Alcuni musulmani hanno l’inquietante tendenza a misurare la propria fede attraverso il rifiuto delle altre. La ricchezza della diversità religiosa deve invece essere sostenuta, sia che si parli dei Maroniti del Libano che dei Copti in Egitto; le divisioni devono essere ricucite anche tra i musulmani, dato che i contrasti tra Sciiti e Sunniti hanno portato a tragiche violenze, in modo particolare in Iraq.

La libertà religiosa è centrale per la capacità delle persone di vivere insieme e dobbiamo sempre cercare i mezzi per difenderla. Negli Stati Uniti, ad esempio, le leggi sulle opere caritatevoli hanno reso più difficile per i musulmani l’adempimento dei propri doveri religiosi, per questa ragione mi sono impegnato a lavorare con i musulmani americani affinché possano rispettare lo zakat. Allo stesso modo è importante, per i paesi occidentali, evitare di impedire ai cittadini musulmani di praticare la propria religione come lo ritengono opportuno, ad esempio decidendo quali vestiti possano essere indossati dalle donne musulmane; non si può infatti fare distinzione tra le religioni sotto la falsa pretesa del liberalismo.

La fede dovrebbe invece avvicinarci, per questo motivo negli Stati Uniti stiamo creando progetti che uniscano Cristiani, Musulmani ed Ebrei e per questo abbiamo accolto con favore gli sforzi per il dialogo del re saudita Abdullah e la leadership della Turchia nella Alleanza di Civiltà. In tutto il mondo possiamo trasformare il dialogo in servizio interreligioso, affinché i ponti tra le persone permettano di agire, che sia per la lotta alla malaria oppure per portare aiuti dopo un disastro naturale.

La sesta questione di cui voglio parlarvi sono i diritti delle donne. So che si sta discutendo di questo e rifiuto l’idea – propria di alcuni occidentali – che una donna che scelga di portare il velo sia in qualche modo meno uguale, credo tuttavia che una donna a cui viene negata l’istruzione, venga privata anche dell’uguaglianza, non è infatti un caso che i Paesi in cui le donne ricevono una buona istruzione siano molto più spesso prosperi.

Vorrei che fosse chiaro: le problematiche legate ai diritti delle donne non sono semplici da affrontare per l’Islam. In Turchia e Pakistan, Bangladesh e Indonesia, abbiamo l’elezione di una donna a capo di paesi a maggioranza musulmana, allo stesso tempo la lotta per l’uguaglianza femminile continua in molti aspetti della vita americana e di altri Paesi.

Le nostre figlie possono dare un contributo alla società tanto quanto i nostri figli e la nostra prosperità sarà più grande se permetteremo a tutta l’umanità – uomini e donne – di raggiungere il suo pieno potenziale. Non credo che le donne debbano fare le stesse scelte degli uomini per avere uguaglianza e rispetto le donne che scelgono di vivere la loro vita nel solco dei loro ruoli tradizionali, ma questa dovrebbe essere una scelta.

Per questa ragione gli Stati Uniti collaboreranno qualunque Paese a maggioranza musulmana che sostenga una maggiore alfabetizzazione femminile e che aiuti le giovani donne a cercare impiego attraverso i micro-finanziamenti che aiutano le persone a vivere i propri sogni.

Voglio infine affrontare il tema dello sviluppo e le opportunità economiche. So che per molti la globalizzazione ha in sé aspetti contraddittori. Internet e televisione possono essere portatori di conoscenza e di informazioni, ma anche di una sessualità offensiva e una violenza insensata. Il commercio può portare nuova ricchezza e nuove opportunità, ma anche grandi sconvolgimenti e cambiamenti all’interno delle comunità.

In tutte le Nazioni, inclusa la mia, questo cambiamento suscita paura, timore che a causa della modernità si perda il controllo delle nostre scelte economiche, della nostra politica e – soprattutto – delle nostre identità, ciò che ci sta più a cuore delle nostre comunità, famiglie e della nostra fede. Tuttavia sono anche consapevole che il progresso umano non può essere negato, non ci deve essere contraddizione tra sviluppo e tradizione.

Paesi come il Giappone e la Corea del Sud hanno sviluppato la loro economie mantenendo culture ben distinte, la stessa cosa è vera per il progresso di Paesi a larghissima maggioranza musulmana, da Kuala Lumpur a Dubai. Nel passato le comunità musulmane sono state all’avanguardia nei campi dell’innovazione e dell’educazione. Tutto ciò è importante perché nessuna strategia di sviluppo può essere basata solamente dalle ricchezze della terra, né può essere sostenuta mentre le giovani generazioni sono tagliate fuori dal mondo del lavoro. Molti stati del Golfo hanno goduto di grandi ricchezze grazie al petrolio e alcuni stanno ora cominciando a progettare il proprio sviluppo in campi più ampi, ma tutti noi dobbiamo riconoscere che l’educazione e l’innovazione saranno la moneta corrente del 21° secolo e in troppi Paesi musulmani queste aree ricevono pochissimi investimenti. Sto aumentando investimenti di questo tipo nel mio paese e se nel passato gli Stati Uniti si sono concentrati sul petrolio e sulla benzina, adesso ci muoviamo invece in direzione di un più ampio impegno.

Per quanto riguarda l’educazione, amplieremo i programmi di scambio e incrementeremo le borse di studio, come quella che ha portato mio padre negli Stati Uniti, e incoraggeremo più americani a studiare in comunità musulmane. Proporremo a studenti musulmani promettenti di svolgere tirocini in America e investiremo nell’e-learning per insegnanti e bambini in tutto il mondo, creeremo nuovi network su internet, così che un adolescente in Kansas possa comunicare istantaneamente con un coetaneo al Cairo. Nel campo dello sviluppo economico creeremo nuovi gruppi di volontari degli affari che collaborino con la loro controparte nei paesi a maggioranza musulmana e quest’anno terrò un summit sull’imprenditoria per definire come si possano approfondire i legami tra i leader del mondo degli affari, le fondazioni e gli imprenditori del sociale negli Stati Uniti e nelle comunità musulmane in tutto il mondo.

Per la scienza e la tecnologia lanceremo una nuova fondazione che sostenga lo sviluppo tecnologico nei Paesi a maggioranza musulmana e che aiuti a trasferire le idee sul mercato in modo da creare posti di lavoro. Apriremo centri di eccellenza scientifica in Africa, nel Medio Oriente e nel Sud-Est Asiatico, nomineremo nuovi inviati della scienza che collaborino nei programmi per lo sviluppo delle nuove risorse energetiche, per la creazione di posti di lavoro “verdi”, per una documentazione digitale e per la coltivazione di nuovi colture.

Annuncio oggi un nuovo sforzo globale in collaborazione con l’Organizzazione della Conferenza Islamica per sradicare la poliomielite e per allargare le cooperazioni con le comunità musulmane per la promozione della salute del bambino e della madre. Tutto ciò dev’essere portato avanti insieme e gli americani sono pronti a unirsi ai cittadini e ai governi, alle organizzazioni di comunità, ai leader religiosi e degli affari nelle comunità musulmani in tutto il mondo, per aiutare i nostri popoli a perseguire l’obiettivo di una vita migliore.

Le questioni che ho descritto non saranno di facile soluzione, ma abbiamo la responsabilità di unirci in nome del mondo che cerchiamo, un mondo dove gli estremisti non minaccino i nostri popoli e dove le truppe americane siano tornate a casa; un mondo in cui israeliani e palestinesi vivano in sicurezza in un proprio Stato e in cui l’energia nucleare venga utilizzata per scopi pacifici; un mondo in cui i governi siano al servizio dei cittadini e i diritti di tutti i figli di Dio vengano rispettati.

Questi sono interessi comuni, questo è il mondo che cerchiamo, ma possiamo ottenerlo solo insieme. So che ci sono molti, sia musulmani che non, che si chiedono se sia possibile forgiare questo nuovo inizio, alcuni vogliono rafforzare le divisioni e opporsi al progresso. Altri sostengono che quest’idea non valga lo sforzo, perché siamo condannati a essere in disaccordo e le culture sono destinate a scontrarsi. Molti altri sono semplicemente scettici della possibilità che avvenga un reale cambiamento.

C’è così tanta paura e così grande sfiducia e tuttavia se scegliamo di essere legati al passato, non riusciremo mai ad andare avanti e voglio dirlo, in particolare, alle giovani generazioni di tutti i paesi – voi, più di chiunque altro, avete la capacità di cambiare questo mondo.

Tutti noi condividiamo questo mondo solamente per un breve spazio di tempo, è più facile far ricadere sugli altri le colpe, piuttosto che cercare dentro di noi; è più semplice notare ciò che ci distingue, piuttosto che quel che condividiamo. Dovremmo però scegliere il giusto cammino, non il sentiero più semplice. Al cuore di ogni religione c’è una regola, quella che dice che ciò che dovremmo trattare gli altri come vorremmo essere trattati da loro. Questa verità trascende le Nazioni e i popoli, è una convinzione che non è nuova, né bianca, né nera, né marrone; non è cristiana, musulmana o ebrea.

E’ una convinzione, però, che vive nella culla delle civiltà e che batte ancora nei cuori di miliardi di persone. E’ la fede nelle altre persone ed è quello che mi ha portato qui oggi. Abbiamo il potere di plasmare il mondo che cerchiamo, ma solamente se avremo il coraggio di partire da zero, ricordandoci di quel che è stato scritto. Il sacro Corano ci dice: “Oh, umanità! Vi abbiamo creati uomini e donne e vi abbiamo diviso in Nazioni e tribù affinché poteste conoscervi” Il Talmud ci dice: “L’intera Torah ha lo scopo di promuovere la pace” La santa Bibbia ci dice: “Siano benedetti i portatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” I popoli del mondo possono vivere insieme in pace, sappiamo che quella è la visione di Dio.

Questo deve ora essere il nostro impegno sulla Terra e che la pace di Dio sia su di voi.